Il sole entra con prepotenza dalla terrazza spalancata, se ne infischia che Settembre finisce.
Ho un post scanzonato da pubblicare ma non ho voglia.
Le ore del mattino mi scivolano dagli occhi chiusi e le giornate arrivano alla fine senza aver prodotto niente.
Quanto lo desideravo questo tempo libero mentro ero chiusa nello scantinato dell'università che chiamano laboratorio di chimica farmaceutica.
Sembrano passati secoli ma di mezzo c'è solo un'estate vissuta a fondo.
Eppure è passata così in fretta la sensazione del mare sulla pelle.
Ora voglio le trame pesanti e i cappelli, ma non vengo assecondata. Qui intorno tutto dice vita, io voglio il letargo.
Il buon umore mi abbandona esattamente come la bella stagione e, puntualmente, i miei mostri escono dai plaid puliti.
E' sabato e sono giovane e libera. Ma devo riposare e non intendo fare altro che starmene a letto a rimuginare e disilludermi.
Non ti aspettavo così presto, avevo sperato in qualche altro giorno di sole.
Isotta
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sabato 28 settembre 2013
Non ti aspettavo così presto
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venerdì 12 aprile 2013
Impotenza.
Vorrei scrivere qualcosa di toccante, di talmente profondo da colmare le distanze che ho lasciato tra me e queste pagine bianche.
Non avrei mai voluto essere di nuovo qui, eppure eccomi. La verità è che per un po' sono stata bene. Bene è un parolone per quelli come me.
Le mie dita non fremevano sopra i tasti perchè in viso non c'erano lacrime, e se, comunque, nemmeno un sorriso, almeno non lacrime.
Un Natale, un compleanno ed una Pasqua, ecco quanto è duraturo il mio stare bene.
Giusto il tempo di poterlo realizzare e poi di nuovo vederlo schiantare sull'asfalto. Cosa cambia non lo so, e se lo sapessi probabilmente non esisterebbe più, vi porrei rimedio, dando per scontato di averne le capacità.
Adesso sono qui, probabile che per quante volte mi vedrete sparire, altrettante ritornerò.
Qualcosa nella mia vita è cambiato, ho finito gli esami, sono quasi finiti quattro mesi di internato, ho cambiato colore di capelli e profumo. Tuttavia sono sempre io, ed è con questo che faccio i conti, la sera.
Mi aggrappo alle scadenze, come se fossero svolte epocali pronte a donarmi un cambiamento talmente radicale da stravolgermi la vita. Così, ogni volta di più, sbatto contro il fatto che niente cambierà mai, finchè non cambierò io.
L'orologio fa tic-tac. Credo che il fallimento sia essere esattamente quello che ti eri ripromessa di non essere.
A Luglio prenderò una laurea di cui non mi è importato niente e di cui non mi importerà niente, poi che ne sarà di me?
Ho così tanto aspettato di poter ritornare finalmente a casa, al Paesello. Sarà l'ennesima delusione? Credo proprio di si.
Finirò ad essere chi? Io senza libri non sono nessuno. Per paura sposerò l'uomo da cui cerco da troppo tempo disperatamente di allontanarmi, ma di cui non posso fare a meno visto che è l'unico essere umano, a prescindere dal fatto che la stima che provo nei suoi confronti non è in grado di classificarlo tale, un vermetto, al massimo, senza offesa per i vermetti, a degnarsi di starmi accanto, senza capirmi o voler sforzarsi di farlo, suppongo, ma ci si accontenta.
Allora eccomi qua, nel brodo lamentoso in cui mi piace tanto crogiolarmi.
Domani passa, ma oggi avevo voglia di tornare.
Aspetto qui, qualcosa.
Isotta
Non avrei mai voluto essere di nuovo qui, eppure eccomi. La verità è che per un po' sono stata bene. Bene è un parolone per quelli come me.
Le mie dita non fremevano sopra i tasti perchè in viso non c'erano lacrime, e se, comunque, nemmeno un sorriso, almeno non lacrime.
Un Natale, un compleanno ed una Pasqua, ecco quanto è duraturo il mio stare bene.
Giusto il tempo di poterlo realizzare e poi di nuovo vederlo schiantare sull'asfalto. Cosa cambia non lo so, e se lo sapessi probabilmente non esisterebbe più, vi porrei rimedio, dando per scontato di averne le capacità.
Adesso sono qui, probabile che per quante volte mi vedrete sparire, altrettante ritornerò.
Qualcosa nella mia vita è cambiato, ho finito gli esami, sono quasi finiti quattro mesi di internato, ho cambiato colore di capelli e profumo. Tuttavia sono sempre io, ed è con questo che faccio i conti, la sera.
Mi aggrappo alle scadenze, come se fossero svolte epocali pronte a donarmi un cambiamento talmente radicale da stravolgermi la vita. Così, ogni volta di più, sbatto contro il fatto che niente cambierà mai, finchè non cambierò io.
L'orologio fa tic-tac. Credo che il fallimento sia essere esattamente quello che ti eri ripromessa di non essere.
A Luglio prenderò una laurea di cui non mi è importato niente e di cui non mi importerà niente, poi che ne sarà di me?
Ho così tanto aspettato di poter ritornare finalmente a casa, al Paesello. Sarà l'ennesima delusione? Credo proprio di si.
Finirò ad essere chi? Io senza libri non sono nessuno. Per paura sposerò l'uomo da cui cerco da troppo tempo disperatamente di allontanarmi, ma di cui non posso fare a meno visto che è l'unico essere umano, a prescindere dal fatto che la stima che provo nei suoi confronti non è in grado di classificarlo tale, un vermetto, al massimo, senza offesa per i vermetti, a degnarsi di starmi accanto, senza capirmi o voler sforzarsi di farlo, suppongo, ma ci si accontenta.
Allora eccomi qua, nel brodo lamentoso in cui mi piace tanto crogiolarmi.
Domani passa, ma oggi avevo voglia di tornare.
Aspetto qui, qualcosa.
Isotta
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martedì 13 novembre 2012
La Vita è un' Aguzzina.
Il fumo saliva
denso arrampicandosi all'aria stagnate, tesseva una ragnatela sinuosa per poi
sparire nell'afa dell'ultimo piano. Il buio attorno, il bruciore intermittente,
tenuto in vita dalle inspirazioni, lunghe e cadenzate di una bocca senza più
parole.
Le tapparelle
abbassate lasciavano sullo spazio tutto intorno le tinte del nero, traforato da
puntini di luce che sfruttando lo spazio, non chiuso a dovere, rendevano la
situazione ancora più irreale.
Se ne stava dietro
uno di quei buchi, le ginocchia strette al petto e la schiena curva, il
tramonto le colpiva l'occhio con cui era intenta ad osservare fuori. Assaporava
ogni boccata di nicotina, trattenendo il respiro un attimo in più del dovuto,
tanto da far lacrimare gli occhi e accelerare i battiti. I tetti sembravano più
rossi del solito, mentre dalla stradina arrivavano le voci della gente. Un
ragazzo parlava al telefono di cose che probabilmente non provava sul serio ma
che sarebbe valse un appuntamento o, nel caso avesse giocato bene le sue carte,
qualcosa di più, la visuale limitata tuttavia non le permetteva di scorgerne la
figura, si limitò ad immaginare l’aspetto.
Due bambine
facevano su e giù per il percorso consentitogli dai genitori, sui pattini a
rotelle, cantavano a squarciagola una canzone famigliare fino allo sfinimento,
parlava di fiori e pesci rossi. Dal balcone di fronte, spalancato, era
possibile vedere la signora preparare la cena, si sentivano i rumori tipici
delle cucine, le posate e i bicchieri sistemati sul tavolo, la teglia che entra
nel forno, il frigo che si apre e verrà chiuso per l'ennesima volta, la si
sente rispondere alla domande del quiz in tivù, spesso sbagliando le risposte,
fa tenerezza e un po' di pena, invidia.
Quante ore sarà
stata nella stessa posizione? A giudicare dalla sensazione di anestesia
generale almeno un paio. L'unica parte che avvertiva del suo corpo era la
testa, ne sentiva il peso, ma non ricadeva su niente. Non aveva più le gambe,
le braccia, un tronco, spariti, ingoiati dal buio. Una volta aveva sentito dire
che quella strana sensazione è una forma di ipnosi. Che ci si concentra così
tanto su un'area specifica del corpo, tanto da dimenticare il resto, lasciarlo
indietro, addirittura furono condotte delle operazioni senza anestesia grazie a
questa tecnica, diceva il servizio. Come avrebbe voluto potesse funzionare
altrettanto bene coi ricordi. Le succedeva anche da bambina, quando dopo aver
finito i compiti prendeva la sediolina, le cuffie e si piazzava davanti al
televisore, guardava i cartoni animati per ore, per ingannare il tempo e la
mancanza, in attesa che tornassero i genitori dai rispettivi luoghi di lavoro.
Quando finivano le trasmissioni, era come svegliarsi da una trance e non
ricordava nulla, oltre a non avvertire le estremità.
Non ricordava se
aveva mangiato o se avesse detto qualcosa o se si fosse spostata per fare pipì
magari, niente. Sorrise serrando la mascella.
Aveva gli occhi
gonfi e striati dal rosso intenso dei capillari sotto sforzo, le doleva
immediatamente dietro i bulbi oculari, un dolore pungente e materiale di cui si
compiacque. Finita la sigaretta, lasciò cadere quello che ne rimaneva accanto
alla cenere, che nel consumarsi aveva prodotto. "Ecco il tuo posto"
sentenziò con fare solenne per poi scoppiare a ridere forte. Una risata lunga,
esagerata, che tuonava nella casa vuota, rimbalzando di parete in parete,
prepotente, sfacciata, inopportuna, falsa, talmente falsa da portarsi dietro
come un fedele amico a quattro zampe, un cappio per la gola, che annoda,
affoga, agogna fino a farti tossire, forte, forte, il viso paonazzo e la saliva
immobile a toglierti la salvezza di un respiro che in realtà si trasforma in un
rigurgito. Il vomito amico. Di vecchia data.
Provava pena per
se stessa, mucchio d'ossa abbandonato su un pavimento costoso imbrattato da
mozziconi e rigurgiti di se, ma come un oggetto non può separarsi dalla propria
ombra, così questo sentimento non era nulla separato dal perverso senso di
compiacimento per la sua condizione. Così sola al mondo e così profonda da
accogliere ogni singolo centimetro di quella solitudine, delle conseguenze che
si trascina come ingombranti gioielli. Non c'erano mica altri modi per sentirsi
vivi. Attraverso lo strazio, la disperazione e il dolore, poteva dimostrare a
se stessa che non era morta, che anche se è proprio un cadavere che si sentiva,
poteva ancora provare qualcosa e poco importa non fosse nulla di buono. Era
viva perchè era in grado di percepirla, distintamente, la punta di metallo
insinuarsi sotto la pelle, farsi largo separando il tessuto, liberando dalla
costrizione di un circolo chiuso e ripetitivo, quel fluido rosso e corposo,
ostinato girovago di un corpo che tiene vivo, senza averne voglia o coscienza.
Finchè senti qualcosa, esisti. La rabbia, la solitudine, il rancore, l'abbandono,
corrono via, tutto si allontana, seguendo la scia rossa che si disegna tutto
intorno, come lasciare una barchetta di carta lungo un rigagnolo, prima che si
imboni e scompaia sotto il peso del suo stesso essere, sopraffatto dalle leggi
della fisica, per un po' è possibile osservarla navigare, perseguire,
assecondare il tragitto e allontanarsi.
"Vai via da
me". Si sentiva sollevata ad ogni battito, ogni attimo. La testa sembrava
più leggera e il cuore sollevato, persino i tagli non facevano più male. Stava
bene mentre quello che l'aveva condannata per anni finalmente la lasciava in
pace.
C'era un buon
odore nell'aria, ricordava quello che sentiva da bambina quando prima di
tornare a lavoro la madre la teneva in braccio. Se ne stavano sul divano e lei incastrava
il naso nell'angolo che formano spalla e collo, sulla pelle nuda, un braccio
rannicchiato vicino al proprio petto e l'altro libero di abbracciare la nuca,
arrivare ai ciuffi di capelli per farli gironzolare tra le dita paffute e dai
movimenti ancora poco raffinati.
"E' bello
toccarti i capelli" ripeteva senza ben articolare con un filo di voce.
Provava quella
stessa pace, quello stesso senso di abbandono, di serenità piena, gioia, gli
occhi si lasciavano andare al buio, esattamente come allora.
Intanto una
chiazza rossa si dilatava sul pavimento e finchè non si fosse spontaneamente
esaurita la fonte, nessuno avrebbe potuto evitarlo.
Ora sarebbe stata
finalmente libera dalla sua aguzzina.
N.B. Questo è solo un racconto frutto di fantasia. Non è ne un'esperienza reale ne una celata richiesta d'aiuto. Stasera è girata così e quello che ne è venuto fuori è questo.
Niente di più.
Spero ve la passiate meglio di me, ma mi riprendo!
Isotta
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giovedì 4 ottobre 2012
Le parole della mia vita.
Delusione.
"Sei una delusione Isotta!". Le unghie affondavano nella carne morbida del palmo serrato. Ho sempre pensato come può una bambina essere una delusione, se è l'essere bambina stesso, le mille possibilità del futuro divenire. E' un' ingiustizia, il mento avrebbe voluto accartorciarsi in una smorfia di pianto, ma i muscoletti imponevano l'indifferenza.
Viziata.
"Tutte queste scene, sei solo una viziata. E' questa la verità, sei solo una bambina viziata". Nessuno si accorge che sono una donna. O forse dovrei, esserlo, se solo qualcuno si fosse degnato di darmi lo spazio per dimostrarlo. Che forse forse i miei non sono capricci, ma il disperato, tacito grido d'aiuto.
Comodità. Io classifico così.
Inetta.
"Non sei capace di far nulla! A che ti serve essere brava a scuola se sei un'incapace nella vita." E sinceramente lo penso anche io. Ma ciò non toglie che a furia di vederti cucire addosso un'etichetta, finisci per assorbirne l'essenza. Tanto da rispondere a qualunque proposta "No, grazie. Io so solo studiare" e crederlo realmente.
Opportunista.
"Usi la gente, ma non te ne accorgi? Badi solo al tuo tornaconto."
E aver passato una vita sforzandosi di essere il più invisibile possibile, il più in punta di piedi possibile, il meno intralcio possibile.
"Isotta vuoi qualcosa?" "No, no grazie." Sempre. E segretamente desiderarlo tanto.
Scusa, scusami, mi scusi, non vorrei disturbare, mi spiace per il fastidio. Ho sempre ringraziato, poi.
Cattiveria.
"Sei pessima, cattiva! Sei un mostro!"
Giustificato, se qualcuno porta testimonianza di una parola cattiva alle spalle di un'amica, di un gesto irrispettoso nei confronti di un estraneo, di risate taglienti per le disgrazie di qualcuno, di ferite di fuoco nel cuore di chi ho vicino, di preoccupazioni inflitte ai genitori o a chiunque altro.
Ciò che non riusciamo a comprendere, spesso lo spacciamo per magia nera.
Ce ne sono altre, magari peggiori, ma non è questo il punto. La questione vera è la seguente: se le persone che mi hanno messa al mondo, quelle che mi hanno vista crescere, quello che dice di amarmi, quelli che io credo amici, pensano questo, ma alla fine non sarà la verità?
E se è la verità come posso non accorgermene?
Se non lo è, come possono non accorgersene loro?
Mi sono sempre sentita sola ed incompresa, ed è una cosa alla quale non riesco a fare l'abitudine o a porvi rimedio, purtroppo, ma con che coraggio mi tengo accanto persone che pensano questo di me?
Come posso provare sentimenti positivi per chi non riesce a capire che avrei solo bisogno di essere amata senza riserve?
E se a me viene naturale volergli bene, nonostante tutto, perchè loro non me ne vogliono altrettanto; perchè non vedono chi sono; perchè non mi perdonano una volta per tutte e invece continuano a mortificarmi?
Perchè non mi è dato trovare una persona che mi ami davvero, totalmente, che mi apprezzi e mi stimi; non lo merito? Ma che ho fatto di così male?
Sul serio, cosa ho o non ho fatto?
Sono sola, probabilmente è così che deve andare.
Ah ecco un'altra parola: rassegnazione.
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Grazie per i commenti che mi avete lasciato sotto l'ultimo post, nonostante non mi sia fatta viva per tantissimo tempo. Grazie per essere riusciti a farmi credere che questo non sia proprio il postaccio che penso io, al punto da volerci riprovare.
A tutte voi, grazie sincero!
Isotta
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domenica 12 agosto 2012
Un estate di merda.
Forse condannati lo siamo un po' tutti. Nessuno di noi ha chiesto di venire al mondo, siamo il capriccio o l'appagamento di un bisogno ancestrale, quello della vita, di perpetuarsi in modo continuo e nonostante tutto. Mamma e papà sono i nostri stessi carnefici. In effetti poi cambia tutto in base a come la vivi. Se sei un tipo che la prende con filosofia hai qualche chance in più di riuscita, ma se sei come me, ah se sei come me ti do un consiglio, fermati il prima possibile. Ed è anche un pochino questione di fortuna, e non facciamo i bacchettoni che "volere è potere" perchè sono stronzate, non importa quanto desideri qualcosa e non importa nemmeno quanto tu ti possa impegnare per far si che accada, se è così che deve andare, così andrà.
Da bambina giocavo spesso da sola, chiusa nel mio mondo fantastico. Ero la principessa guerriera di un popolo strano, che non aveva una Terra, ma aveva costruito una specie di zattera gigante, e c'era tutto ma proprio tutto, il castello e la foresta, la piazza e il borgo, i perimetri erano la costa e viaggiavamo trasportati dalla corrente, solo quando la marea era abbastanza alta da farci navigare, senza meta.
Mi succedevano un sacco di cose bellissime, avevo amici fidati con cui galoppare per le colline, amiche con cui organizzare feste strepitose, valorosi guerrieri al mio fianco in battaglia, pronti a guardarmi le spalle, un cavaliere bello e coraggioso di cui schivare la corte. E poi c'erano i falò in spiaggia o le gite in barca, le escursioni alle cascate e i picnic sull'erba tagliata di fresco, ed erano sempre tutti allegri ed io ero felice ed io ero solo una bambina. E chi mi ha messo tutte queste idee per la testa io non lo so dire, ma la vita me la immaginavo così, con gli amici e le risate che risuanono in alto e confondono la musica.
"E' ora di dormire Isotta, adesso basta" e le mie mani paffutelle e chiare gironzolavano nella penombra della stanza preparata per la notte.
"Io non voglio dormire, Mamma. Se dormo mi perdo qualcosa, se io sto con gli occhi chiusi non vedo cosa succede di bello"
Magari le sarà scappato da ridere "Oh per l'amor del cielo, Isotta! Hai tutta la vita per tenere gli occhi aperti e vivere un sacco di belle cose, adesso è ora di dormire.."
Ora come ora è ora di dormire, sul serio. Quando dormi il dolore si assopisce ed anche se è steso al tuo fianco, come l'ombra che produrrebbe una luce puntata alle spalle, nonostante questo, si riposa anche lui e così racimoli qualche ora di pace, di pausa, la noia allenta la presa e la disperazione si fa leggermente meno presente.
E allora dormo! Quindici ore al giorno per l'esattezza, come i gatti!
Bisogna essere fortunati dicevo, si perchè io sono una tipa piuttosto noiosa a dire il vero, sono abitudinaria e pantofolaia di indole, ma poi uscire a far baldoria mi piace, sopratutto in estate. Oh ma mai nella vita che abbia trovato delle amiche che la pensano come me! Sono tutte delle suorine rompicojoni che tornano a casa a mezzanotte, come Cenerentola e non varcano i confini di Paesello! Ma mica fanno nulla per ribellarsi e spiegare ai genitori che a 23anni dovrebbero proprio farsi una vagonata di fattacci loro, eh no, son suorine e subiscono senza alzare la testa, la voce, senza tirare fuori le palle!
Sono contornata da inetti. E gli unici con cui posso uscire sono i ragazzi, ma per quanto mi piaccia stare in loro compagnia dopo un po' è scocciante, a loro poco interessa commentare i vestiti delle altre o fare gli occhi dolci a qualcuno solo per il gusto di vedere se ci casca, anzi mi rompono anche le scatole se qualcuno si avvicina a parlarmi, e quindi anche tutto l'uscire del mondo diventa inutile e noioso.
Avevo in mente un sacco di pazzie da fare ed avventure da vivere, a 14 anni credevo che quando avremmo finalmente preso la patente sarebbe arrivato il momento di mettere tutto in atto. Invece non è stato così, non erano così loro, e da sola a cosa sarebbe valso fare la ribelle scapestrata?
Questione di fortuna, nascere in un luogo del mondo poiuttosto che un altro, in una famiglia piuttosto che un' altra, avere un conto in banca o piuttosto non avercelo, incontrare gente figa e spericolata o sfigati del cazzo e farteli amici comunque, che è l'unica cosa che c'è in giro. Trovarsi nel gruppo giusto, piuttosto che in quello sbagliato.
Fortuna, scelte, non lo so.
A me è andata una merda. Ed è inutile che io provi a spronare tutti, è inutile che mi impegni a cambiare le cose, perchè la gente non si può cambiare. Non posso cambiare il paesino piccolo e tranquillo ma bigotto e antiquato, non posso cambiare la mentalità della gente che ci è cresciuta, non posso scombinare il fisso presentarsi degli eventi.
Da chi sei non scappi, per quanto tu voglia o ti possa impegnare a farlo.
Se sfigato sei nato, sfigato muori. Ed io modestamente lo nacqui!
Spero che le vostre vacanze stiano andando molto meglio delle mie. Aspetti un anno intero e poi quello che peschi è la solita delusione...bah!
Sto seriamente pensando di chiudere questo postaccio lamentoso che è diventato il blog, forse lo è sempre stato, ma sinceramente me ne accorgo solo adesso.
E' che almeno prima quando ero triste scrivevo, ora non voglio nemmeno far quello!
Alla prossima, se ci sarà.
Isotta
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sabato 28 luglio 2012
Confessioni...
L'unico rifugio che mi è rimasto è questo. Nascosta tra le parole, lontana dai rumori. Oggi come prima, scrivere è l'unica cosa che mi salva. Quando ci siamo salutate mi ha avvisata "sarà dura, ma per qualsiasi cosa mi può telefonare." Con che coraggio telefono e per dirle cosa poi. Che due mesi di terapia li ho bruciati in un istante. Vorrei potermela tenere in tasca, la sua miniatura, con quel viso comune e la voce tranquilla, il tono pacato. Allora quando i mostri sarebbero tornati a divorarmi le budella io l'avrei potuta tirare fuori e lei mi avrebbe confidato il loro punto debole. Sarei sempre stata io a combatterli, ma non sarei stata sola. E il cuore non avrebbe tamburellato all'impazzata, il fiato non si sarebbe fatto corto e gli occhi non si sarebbero iniettati di sangue. Lei mi avrebbe detto "Rifletti. Respira. Ne vale davvero la pena?" Mi avrebbe fatto intendere, senza pronunciare parola, quanto non ne vale la pena. Quanto io posso governare l'ansia e la rabbia, quanto il bene per me stessa deve superare l'odio per chiunque altro. Ma lei non c'è.
E' ricominciato tutto da capo, esattamente come prima. Il rancore, l'odio, la rabbia, che credevo di essere riuscita a cacciar via, sono qui con me, stesi al mio fianco su questo letto scomodo. Vorrei chiederle tante cose, ad esempio come mai una sola persona è in grado di rovinarmi la via; oppure perchè non sono stata in grado di continuare senza voltarmi indietro. Poi vorrei sapere pure per quale motivo continua ad importarmi tanto di come un altro sceglie di vivere, piuttosto che badare a vivere io.
Non ho idea di cosa mi risponderebbe. Sicuramente non quello che vorrei sentirmi dire, come è sempre stato. Eppure ce l'avevo fatta. Per circa due mesi erano spariti gli incubi, gli attacchi di panico, di rabbia, di ansia, la paura dell'abbandono, il senso di inadeguatezza. Ho davvero creduto di esserci riuscita.
Mi ero impegnata a riempire il tempo di cose buone, di amore per me stessa, di perdono.
La verità è che non mi amo e sopratutto non mi perdono. Il rancore e l'odio più grandi ce li ho per me stessa. Uno spigoloso senso di invidia si frappone tra me e tutto il resto. Provo invidia anche per chi ha una grave malattia, così gli altri sono obbligati a provare compassione per lui. Provo invidia per la bella ragazza per strada, che attira gli sguardi di tutti. Provo invidia per chi è single e chi è ha negli occhi il riflesso innamorato del partner. Provo invidia per chi lavora, non lavora, studia o non fa un cazzo.
Provo invidia per chi è a mare, chi è in vacanza o ancora in città; per chi è solare ed estroverso e chi si vede che è tormentato.
E poi rabbia, rabbia non quantificabile per la vita, per quanto trovo sia stata ingiusta con me. Rabbia per le amiche che a 23anni suonati si fanno ancora imporre dai genitori a che ora e se tornare a casa, rabbia per gli amici che invece escono a divertirsi e mi invitano anche, ma devono giustamente cuccare e io che ci sto a fare, l'incomodo? Rabbia per chi può permettersi le vacanze all'estero, per chi mi aveva fatto credere che sarebbe venuto a trovarmi e adesso si tira indietro, rabbia per tutto e tutti.
Mi meritavo di più dalla vita, tanto di più, perchè mi sono sempre comportata egregiamente. E ci ho provato, sapeste quanto ci ho provato a farmi andare bene le cose così come stanno, ma non mi stanno bene per niente.
Mi meritavo di più...
Per il resto, non so proprio come fare a cambiarla questa situazione, anche questo ho provato a cambiare. Dove trovo gente nuova in questo buco di culo di posto dove vivo? Dove trovo il divertimento, che il primo locale decente è a 2 ore di macchina, e anche ammesso con chi vado se nessuna a parte me può fare più tardi dell'una?
Vorrei solo poter parlare con la mia psicologa. O morire, tanto non ho niente da perdere.
Isotta
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martedì 24 luglio 2012
Quando la tempesta viene dal mare...
"Ma cosa ne volete sapere voi che state in montagna" ci dicono. Come se per conoscerlo, per conoscerlo veramente, il mare lo si debba sentir bussare alla finestra. Eppure loro non lo sanno. Non sanno che da ognuna delle nostre, di finestre, il mare si vede eccome. Le case seguono la linea del profilo della montagna, e curvano per poter stare lì, ferme e sospese, come il viso di un uomo sui fianchi rotondi della sua donna dopo aver fatto l'amore. Il sole muore laggiù ogni sera. E non lo possono sapere da che posizione privilegiata lo vediamo noi, il mare. A perdita d'occhio, la collina che si apre in pianura, i paesi e le loro luci, fino a che il verde smeraldo lambisce l'azzurro. Le scintille gialle che ballano sull'increspatura dell'onda di giorno e quelle bianche della Luna che cullano il blu della sera. Le gru del porto, stagliate all'orizzonte sembrano le giraffe africane di quei documentari in tivù. Se sali sulle terrazze lo senti persino, l'odore del mare. E' lì da sempre. Lo conosciamo eccome.
Vivere quassù è sapere che dei nuvoloni alle spalle non c'è da preoccuparsi, ma che se la tempesta viene dal mare, allora durerà. Stiamo a guardare, sospesi in altezza, le nubi addensarsi sull'acqua, cambiarne il colore, scurirne la linea dell'orizzonte prima impercettibile, il vento gonfiare le onde e smuovere il fondale. E ci siamo ancora a guardare, a vederla passare, quando la furia è sopita, il cielo si riprende l'azzurro e il mare torna a specchiarlo.
Se l'hai visto da sempre però lo riconosci, quel momento strano, in cui in apparenza tutto sembra tornato alla normalità e invece c'è ancora tanto lavoro da fare, tanta attesa da far correre via. Il vento lascia il passo alla brezza leggera, il sole torna padrone solitario e luminoso, ma l'acqua è torbida. La tempesta lo travolge, passa indisturbata fino ad abbandonarlo lasciandolo solo a sistemare i danni del suo passaggio.
Le tempeste si comportano così col mondo. Generano il caos. E se per caso esistesse una calma tutta apparente, a loro non importa nulla, arrivano e distruggono, portano a galla verità, dubbi e incertezze, quegli stessi mostri che avevi faticosamente cercato di mettere a dormire sotto una coperta di normalità.
Quando ti impegni tanto a sgomberare la mente dai nuvoloni neri, arginado i pensieri, occupando gli spazi lasciati vuoti con i buoni propsiti, lo devi mettere in conto. Prima o poi la stanchezza si farà sentire e allora tu mostrerai il fianco scoperto, permettendo così alla tempesta di trovare un varco. E in men che non si dica ti ritrovi a testa in giù, senz'aria, sbattuta sulla battigia dalla risacca, confusa e senza forze.
Poi ti tiri su e capisci di aver sbagliato ancora. Che non dovevi, non potevi permettere alla tempesta di arrivare, che ti avrebbe distrutta ancora e sarebbe stato inutile tutto quel ricostruire, seppur in apparenza, una vita. Sforzi vani, impegno deriso.
Ma i buoni propositi bruciano tra le fiamme, quando tra le lenzuola ed il suo petto è il posto a cui senti di appartenere, quando il tuo corpo sembra fatto a misura per accogliere il suo e l'odore delle vostre pelli che si mischiano è un antico canto tribale. E' tutto inutile e perso quando la mia debolezza incontra la sua sfacciatagine.
E' stata inutile e persa la guerra contro me medesima, perchè sono ancora una volta qui a maledire il destino che ha fatto lui così, così perfetto e così dannatamente sbagliato, per me. Me, così debole e dannatamente persa per lui.
Si frantuma tutto quando i suoi occhi mi percorrono il corpo, anche le mie ossa sgretolano. E non c'è nulla che si può fare. C'è solo da aspettare che la tempesta passi, valutare i danni e mettersi a ricostruire.
Per quanta forza serva, per quanto coraggio ci voglia, bisogna farlo.
Isotta
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domenica 17 giugno 2012
Conati...
Io sono una abbastanza forte di stomaco. Posso fare colazione e mettermi in viaggio senza problemi fin da quando ero piccola, vado su qualsiasi tipo di giostra a stomaco pieno, pulisco cacca di cane, di gatto, cacca con vermi dopo aver accolto l'ennesimo randagio raccattato per strada. Pulisco ferite infestate da bigattini bianchi e grossi, tengo stretti stretti vicino al cuore i corpicini inermi di quelli che non ce l'hanno fatta, anche se la puzza della morte di avvolge la testa. Guardo le autopsie, i morti, le stragi, senza batter ciglio. Senza scrupolo.
Oggi era un'ottima giornata, è arrivato il caldo, il cielo è talmente azzurro da sembrare quello dei cartoni animati e il sole così forte che gli occhialoni neri da diva non sono un vezzo, ma necessità. Oggi c'è il torneo interno del collegio, e anche se tutti dovremmo studiare, siamo lì, chi a guardare chi a sudare. Oggi era una giornata buona, perchè il mio umore era positivo.
Poi ho visto questa foto su facebook ed i conati di vomito non sono riuscita a trattenerli.
Ripeto, non sono una che si dispiace facilmente per le persone. E non sono nemmeno una che si scandalizza più di tanto. So di quanta miseria si macchia ogni giorno il genere umano e ormai non mi fa più specie. Ma questo è troppo. Il disgusto che provo è venuto fuori fisicamente ed è finito nel cesso, esattamente nello stesso posto in cui dovrebbero finire questi bastardi immondi che si permettono di intaccare l'innocenza pulita di un bambino. Questa foto è raccapricciante e purtroppo non è esagerazione. Avevo avuto la stessa reazione con il servizio sulla Cambogia che fecero alle Iene. Io non ci sto, per me questi infami dovrebbero essere usati per le sperimentazioni scientifiche più atroci, altro che usare gli animali! Che eticità verrebbe meno? E' più moralmente accetabile torturare un innocente o un figlio di puttana che è stato il carnefice di un innocente?
Davvero c'è da chiedersi chi vale di più tra un topo e uno schifo del genere? E la società mi da della pazza irresponsabile perchè io truciderei loro, invece che gli animali!
Quale animale farebbe una cosa così meschina, schifosa, rivoltante, deprorevole, come violentare un cucciolo? Nessuno!
Ho sempre creduto che chi viola la libertà degli altri, i diritti degli altri, dovrebbe automaticamente perdere i suoi. Un assassino, uno strupatore, un pedofilo ai miei occhi non sono niente, potrebbero farci carne per le salsicce e non mi darebbe il minimo fastidio. Chi si permette di rovinare la vita ad un altro essere, perde automaticamente il diritto a vivere la propria, a mio parere.
Purtroppo negli anni si è scambiata la civiltà con il buonismo ad ogni costo. Civiltà non è arresti domiciliari al soldato che ha stuprato selvaggiamente la ragazza fuori dal locale all'Aquila; civiltà non è 16 anni (quando va bene) di carcere per chi ha sterminato una famiglia; civiltà non è decadenza dei termini e mafiosi in giro per le strade; civiltà non è indulto perchè le carceri sono piene; civiltà non è "riabilitazione e riinserimento nella società". Civiltà è assicurare che chi sbaglia paghi, è assicurare alle vittime ed ai familiari la giustizia, che se pur non ripaga niente, lo rende sopportabile. Civiltà è protezione del debole, difesa del giusto, sostegno a chi ha subito il torto. Civiltà è riconoscere che chi si comporta male va punito, che deve ripagare la società del torto che ha provocato, e che la sua vita ormai non conta niente.
Quindi io sono a favore della pena di morte si, ma riconosco che è inutile alla collettività. Sarebbe molto più utile donare i corpi alla scienza ed al progresso vero, in modo che le malattie ed i farmaci possano finalemente essere studiati sui diretti interessati, senza che la ricerca si impegni a ricreare malattie fittizie nei topi geneticamente modificati per poi non concludere nulla.
Allora, solo allora, il loro debito con la società verrebbe estinto. Perchè a stare con vitto e alloggio pagato da noi cittadini onesti, un paio d'anni, sono bravi tutti ed io sinceramente non vedo come si possa considerare questo l'estinzione di un debito.
Un debito inestinguibile, poi.
Solo un'altra volta mi era capitato di vomitare per qualcosa che riguarda le persone, mentre mettevano a mia sorella i punti. Le sue urla mi facevano contrarre lo stomaco e girare la testa. Mi è passata dopo un paio di giorni. Questo non so quanto ci vorrà.
Sono incazzata. Sul serio, mi fa schifo il genere "umano".
Buona domenica, sticazzi...
mercoledì 13 giugno 2012
Va così...
Un attimo prima sei immersa in un mondo che esiste ogni notte, nella tua testa, quello dopo ti ritrovi in quello reale e a separarli ci sta solo la sottile pelle delle palpebre. Nessuna sveglia ha rotto le palle eppure io in piedi ci sono già, per quello strano orologio interno che mi fa svegliare giusto uno, due minuti prima che l'ingranaggio faccia partire il bip-bip fastidioso e snervante. Credo che il mio corpo sia disposto a svegliarsi da solo per non sentire quello strazio, è autoconservazione.
Dovrebbero essere abolite per crimini contro l'umanità, le sveglie.
Quattro ore di sonno non sono abbastanza, e lo si legge chiaramente dalle striature violacee che mi ritrovo sotto gli occhi, e poi oggi va così, nemmeno il correttore, nemmeno il fondotinta, nemmeno l'amico mascara. Ma neanche la crema idratante. Mi lavo il viso con l'acqua tiepida anche in estate, ho perennemente freddo io e ogni volta che rifletto su 'sta cosa mi viene in mente mia madre, sei una vipera, sei una vipera. Le vipere effettivamente sono a sangue freddo. Non ne troverai mai una all'ombra, rubano l'energie al sole. Neanche a me piace l'ombra.
Così, senza trucco, senza maschera. Desidero che chi mi incrocia oggi per strada guardi me, la pelle bianchiccia e secca, gli occhi spenti, le labbra screpolate.
Quando salgo sull'autobus la prima scrematura sono i posti liberi, ovviamente, immediatamente dopo quelli liberi e singoli, che a me non piace il contatto con la gente, addirittura il prof di psicologia ci ha parlato di una ricerca che dimostra come il contatto forzato sui mezzi pubblici faccia aumentare notevolmente il cortisolo, l'ormone dello stress. Che se ci pensi è giusto così. Siamo pur sempre animali, e se tu sconosciuto invadi il mio sacrosanto spazio personale, mi viene da smadonnare. Avete mai visto due leoni strusciarsi al primo sguardo? è impossibile, lo spazio vitale è un diritto sacrosanto e biologicamente prestabilito. Regola che vale al mattino e si estende al pomeriggio, certe volte, la notte, strusciarsi con uno sconosciuto è lecito. Più che lecito.
Dicevo, mi accomodo, guardo sempre fuori dal finestrino, su qualsiasi mezzo mi trovi guardo fuori dal finestrino. Alla fermata c'è Kyla (nella mia mente il suo nome si scrive così) ha il giochino in bocca e come sempre appena scendo lo appoggia vicino ai miei piedi. E' una simil pastore tedesco, intelligentissima. E' il cane di uno che sta a chiedere l'elemosina, ma tutti portano croccantini e giochini solo a lei, ed è inevitabile. Se ne sta buona buona vicino al suo amico umano e osserva i passanti con quegli occhi svegli, poi capita che ne individua uno, magari chi passando è solito farle una carezza, allora si prepara, prende il giochino, si mette seduta e aspetta, appena il prescelto si avvicina abbastanza lei gli va incontro, gli molla il gioco ai piedi e piega la testa di lato come solo i cani sanno fare. Finchè non giochi non hai scampo, una volta ho fatto tardi ad un esame per accontentarla!
Due calci al gioco, una carezza ed ho il lascia-passare. Attraverso la gente senza fare lo slalom, oggi non ce la faccio, oggi cammino io e vi spostate voi. Il cielo preannuncia pioggia, è grigio e le nuvole sono basse e pesanti, vicine, ma fa caldo, quel caldo antipatico che ti toglie le forze e l'allegria. Un semaforo, un altro e un'altro, la Dea è sempre lì immobile, chissà dove guarda, dalla gloria millenaria del suo ateneo tragga auspicio a maggior fortune, c'è scritto. Gloria millenaria. Ateneo. Che si fotta. Cosa cazzo sono venuta a fare io qua.
| (Di Sergio Locatelli, dal Web) |
Con questi presupposti ho affrontato il mio nono colloquio. Lei è giovane e carina, mi mette a mio agio, a parte quando mi chiede di parlare della mia relazione intima (sono una tipa riservata, che non si vede? certo.) Ma più che altro cosa vuole che le dica? Cosa vorrebbe sentirsi dire?
"Ehm...Uhmp...Ecco...Ci stavo bene!"
Roba che nemmeno Freud, ah? Intanto scrive, riempie fogli bianchi di me e chissà cos'altro. Quando esco devo fare la spesa, penso, e guardo fuori dalla piccola finestra la signora che mette fuori il bucato. "Ma lo saprà che tra un po' piove" dico a voce alta.
Lei mi guarda "come prego?"
"ehm...no, dico, la signora...lo saprà che tra poco piove?"
"No. Oggi non piove, l'ha detto il meteo" e continua a scrivere senza guardare fuori.
Avrei voluto risponderle che il meteo non ne sa più di me. Non ne può sapere più di me. Che quando sono triste piove, o meglio, che quando sta per piovere io sono triste, e lo so sempre quando sta per piovere. E' una vita che piove. So quando piove.
Ma non mi è sembrato il caso. Avrà anche visto un sacco di pazzi e magari s'è pure fatta l'abitudine, ma delle volte piuttosto che fugare ogni dubbio, meglio tacere, mi pare di aver sentito dire, e se anche era riferito alla stupidità, chissenefrega.
I colloqui sono di 45/50 minuti, durante i quali io faccio tante pause, che poi i discorsi miei son sempre quelli, e allora io vorrei risposte, ma lei dice che risposte non può darmene, che non è questo il suo lavoro, che ci vuole tempo per le risposte. Sapesse quanto ne ho sprecato. E mi sono anche un po' rotta i coglioni di continuare a farlo.
Esco ogni volta con la stessa indecifrabile sensazione, un misto tra svuotamento e angoscia, spossatezza e malinconia. Ma sarà giusto così. Magari sta facendo effetto, come quando sai di aver effettivamente bruciato calorie, la mattina dopo, quando hai dolori dappertutto e anche scendere dal letto è un'impresa titanica.
Non ho nemmeno il tempo di raggiungere la fermata.
Piove.
Ed io non posso far altro che sorridere al cielo.
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sabato 9 giugno 2012
Pelli...
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martedì 5 giugno 2012
La strana questione del sisteraggio...
Quando avevo otto anni mi sentivo tanto tanto sola, allora rompevo a mia madre per avere una sorella, un fratello no, altrimenti mi avrebbe rubato l'amore di mio padre. Chi non ha presente quelle cose padre-figlio, che poi se avesse anche giocato a calcio, probabilmente io non sarei più potuta essere il suo maschiaccio, e invece di portare me alle partite ed a "litigare" coi suoi amici milanisti ed interisti, avrebbe di certo scelto lui. Quindi sono stata esaudita, ed è nata lei, a distanza di otto anni, un mese prima ed un giorno dopo rispetto a me. Ho scelto il nome, i vestiti, tutto quanto, ed è stato talmente forte il legame che ci ha unite fin da subito che quando l'ho vista la prima volta nella culletta della clinica ho esclamato "mamma, io quella cosa viola* non la voglio come sorella."
Si narra che mia madre non sapendo se scoppiare a ridere o a piangere stava per lanciarsi dal balcone, che lei dopo l'esperienza mia, tre anni di notti insonni, non ne voleva più sapere di marmocchi urlanti e lo aveva fatto esclusivamente per accontentarmi, ma già non mi stava più bene! In pratica io son così, tendo a stancarmi facilmente delle cose.
Il proseguo non è per niente andato meglio. Regina incontrastata per otto lunghi anni mi è risultato difficile "condividere" i genitori, i nonni, i giochi, la casa, le attenzioni. Ho quindi continuato la mia piccola esistenza, come se lei non esistesse, non degnandola di uno sguardo e considerandola insignificante.
Lei al contrario mi ha sempre vista come il suo modello, la prima parola che ha detto non è stata mamma o papà, ma il mio nome. Su un libro da colorare di quando andava alle elementari, alla domanda a chi vuoi assomigliare da grande, ha risposto col mio nome, ancora una volta.
Adesso ha quattordici anni, ed è impossibile non notarla. Quanto io sono chiusa, misantropa, sulla depressione andante, lei è solare, estroversa, piena di vita ed entusiasmo. Io sono biondina, con gli occhi verdi e le guance da bimba, lei è mora con gli occhi da cerbiatta e gli zigomi alti. Fortunatamente per lei è alta nella norma, sicuramente più di me, ma si ostina a dire che voleva proprio essere bassa, like me (???). La guardo e sento una strana malinconia, vorrei che fossimo nate al contrario. Se a quattordici anni avessi avuto lei come sorella maggiore, mi sarebbe stata vicino, mi avrebbe incitato, consigliato, spronato a vivere, la sua forza sarebbe stata d'aiuto e magari ora sarei una persona diversa. Lei sta crescendo da sola, esattamente come ho fatto io, ma lo sta facendo nel modo giusto, non avendo paura degli altri e isolandosi. E' piena di amiche che la adorano, di ragazzini che la ricoprono di messaggini e mi piace alle foto di facebook, coltiva mille interessi e non rinuncia a niente. Io in fondo sono proprio orgogliosa di lei. Lei è quello che ognuna di noi, adolescente, sarebbe dovuta essere, lei è quello che io avrei voluto essere. E non riesco a farle capire, che ad essere me, invece, non c'è nulla di buono, se non, al limite, la carriera scolastica.
Sicuramente meritava una vera sorella.
Questo inverno, per un breve periodo è stata assieme ad un ragazzino più grande, molto bello, gentile, che la riempiva di attenzioni e complimenti. Poi è finita, ma io non ho sentito il bisogno di chiederle se stava bene, mi sento quasi un'estranea con lei, e poi ripensando a me dieci anni fa, non mi avrebbe fatto piacere che qualcuno ficcasse il naso nelle mie cose, ma forse sbaglio, perchè lei non è me, lei è diversa.
Fatto sta che quando ho saputo che lui è un calciatore in erba, sono andata in crisi. Continuavo a pensare cose come "io non sono riuscita a trovarmi un calciatore. Forse perchè io sono troppo brutta. O magari sono troppo bassa. E se adesso mio padre vuole più bene a lei perchè ha trovato un ragazzo a cui interessa il calcio e io invece non ci sono riuscita?" insomma, le mie solite paranoie.
Lei dal canto suo non ha battuto ciglio per aver rotto con questo tipo, ha continuato la sua vita tranquillamente, a me invece vengono ancora le paranoie, e mi domando se abbia fatto bene a lasciarlo/farsi lasciare non so, non tentare di ricostruire. Ma vi pare normale? Così di tanto in tanto vado sulla bacheca di questo ragazzino per cercare indizi e magari scoprire che pensa ancora a lei...invece vedo che è stato acquistato per giocare nell'Ancona, un sacco di articoli di giornale che lo descrivono come "nuova promessa" e penso definitivamente che mia sorella ha perso l'occasione della vita. Il fatto però è che tutti questi pensieri non derivano dal sapere che mia sorella sta male o ne soffre, a lei non sembra fregar più nulla di questo, derivano piuttosto dal pensare "se fossi stata io al suo posto, se avessi avuto io questa opportunità, non l'avrei di certo lasciato andare così.." ed allora capisco che c'è qualcosa che non va. Che provo una specie di invidia nei suoi confronti, di ineguatezza, nonostante lo abbia sempre nascosto col contrario. Vorrei poter tornare adoloscente, avere amiche come le sue, divertirmi come si divertono loro, raccogliere il consenso delle ragazze e l'approvazione dei ragazzi, vorrei ricostruire la mia vita da lì, e vorrei tutte queste cose perchè non sono soddisfatta di come ho vissuto io.
Sono una merda. E mi sento anche peggio.
Isotta
*aveva tre giri di cordono attorno al collo, dicono sia viva per miracolo del ginecologo.
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domenica 13 maggio 2012
Sunday afternoon thoughts...
Lo schermo della tivù fa le grinze e io allora aspetto che
passi, guardando fuori dalla finestra. Quello è il segnale che annuncia il
passaggio di un aereo. Incidono l'azzurro lasciandosi dietro linee bianche che
poco a poco colano verso terra, sparendo. Quante vite lassù. Chissà che fanno
in quel preciso istante, dove sono diretti, chissà per chi di loro è un arrivo
e per chi un ritorno. Che buffo che un luogo possa essere casa per alcuni e una
vacanza per altri. Magari mentre sorvolano c'è qualcuno che guarda fuori dal
finestrino, si domanderà cosa sono quei sei palazzoni tutti uguali, non ci
crederesti amico che viviamo in 600 studenti qua dentro ah? si, ce la si fa
perchè le stanze sono un po' più grandi di un loculo. Forse qualcuno pensa a
cosa stia facendo io. Dentro un buco a guardare il cielo oltre la finestra, ad
immaginare la vita, come scorre per gli altri, se se la sono caricata addosso
come un peso o la vestono e ne fanno il loro miglior outfit di sempre.
Strana la vita, chi viene, chi va.
A me sembra di esserci stata sempre, mentre tutti attorno
volano via. E poi tornano e poi vanno. A volte scompaiono, e la maggior parte è
un bene. Delle volte fa male. Delle volte vorresti partire anche tu, che
restare è sempre restare, sa di noia. Eh, ma anche per partire ci vuole
coraggio.
Chissà se sull'aereo di oggi qualcuno è partito con
coraggio, chessò per il lavoro dei sogni, l'opportunità della vita, l'anima
gemella...un ideale!
Ma esistono ancora i coraggiosi? Bah...inutile tentare di
darli per dispersi giustificandone con l'assenza la mancanza quando ti guardo allo specchio.
Esistono si.
Fattene una ragione, a non esserlo.
Che poi chi ha deciso cosa. Nel senso, dove finisce il
coraggio ed inizia l'opportunismo? Qual è il confine tra giusto e sbagliato?
Chi può dire bene o male?
Sai che se disegni un 9 per terra, per chi lo guarderà dalla
testa sarà sempre un 6. Me lo disse una volta il mio anziano Prof d'Inglese, mi
pare stessi contestando la colazione inglese, in favore ovviamente, di brioche
e cappuccino.
Ma si. Infondo siamo qua ed è questo che conta.
Minchiate.
Io pretendo il meglio. Io di tutto questo respirare, pompare
sangue, fare scorie, non me ne faccio niente. Ma niente proprio.
Per cosa vivete voi?
Cosa è che la mattina quando aprite gli
occhi non vi fa richiuderli e mandare tutto affanculo, per chi vivete, per
quale grande amore o ideale?
Come fate a sorridere?
Ma non ci pensate mai agli
animali torturati da tutte le parti del globo, in tutti i campi d'applicazione
dello sfruttamento?
Non ci pensate mai ai barboni bruciati da ragazzini
annoiati, ed ai cittadini tenuti a catena stretta dalle mafie?
Non vi fa
incazzare pensare che poteste aver faticato una vita e poi beccarvi una
malattia terminale? Non vorreste avere la forza di cambiare il mondo e sapere
che essendo alti un metro e uno sputo e contando molto meno di niente, non
farete mai un cazzo in questa cazzo di vita?
Come sopportate che niente è andato come avreste voluto,
come sarebbe dovuto essere?
Io non voglio mettere al mondo nessuno per fargli vivere
'sto strazio! Siete dei sadici se vi siete o avete intenzione di riprodurvi!
Abbiate pietà, risparmiate ai vostri figli questa giostra perversa!
Festa della mamma, un corno. Se la mia avesse evitato, io a quest
ora non starei così.
Anzi, meglio. Non sarei proprio.
E non comprate
azalee o mele o pere o quel che è, finanziereste solo una falsa scienza
che sfrutta la vivisezione per offuscare i fallimenti e ricevere fondi
in modo da mandare avanti questa pantomima della ricerca.
Ricordate: non vinceremo le malattie guarendo i topi fatti ammalare artificialmente.
"FARLI AMMALARE NON CI FARA' GUARIRE!"
Isotta.
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martedì 8 maggio 2012
Mi perdonerete...spero!
"Non facevi altro che sorridere. Avevi un sorriso per chiunque, eri una bambina felice Isotta. Io non so cosa ti sia successo."
![]() |
| Ne sei proprio sicura ma' ? |
Questo diceva mia madre e il fuoco scoppiettava alle sue spalle. Il rossore prodotto dalle fiamme illuminava la nostra grande cucina, e i nostri volti, accentuandone le ombre, risaltandone le sporgenze, smascherando i pensieri.
"Cosa ti è successo, cosa ti abbiamo fatto?" lei continua a protrarsi verso di me, ma io sono di ghiaccio, nonostante il fuoco. Non gocciolo. Fisso le fiamme, sono così impalpabili, sinuose e vive, non a caso si dice avere il fuoco dentro per chi riesce ad affrontare la vita come un leone. Bruciano di energia, sono energia, ne sono talmente piene che ce ne regalano in abbondanza sotto forma di calore. Forse per amare bisogna essere delle fiammelle, così pieni di vita, da poterne donare. Non fa per me.
Sentivo i suoi occhi scrutare la mia espressione impassibile, i suoi pieni di rammarico ed impotenza perdersi nei miei vuoti e mortali. Pensai che ero talmente immobile che avrebbero potuto chiamarmi per interpretare un cadavere in quei telefilm polizieschi, oddio riuscivo a respirare così lentamente!
Finalmente si arrende, varca la porta della cucina, la vestaglia sembra appesa ad una gruccia,le sue spalle spariscono in quella posizione arrendevole, assomiglia ad un fantasma. Ho avuto la tentazione di farle un applauso, ho evitato.
Mi risultò difficile credere a quella messinscena, io conosco relamente mia madre e quella donna impotente e rassegnata non aveva niente a che fare con lei.
Cosa mi è successo. Dove sono finiti i sorrisi. Vorrei potertelo dire, e prima ancora vorrei poterlo dire a me stessa. Vorrei prendere corda e moschettoni e scendere nelle gole più profonde della mia anima, vorrei portare il libretto di istruzioni e aggiustare qualcosa che si è rotto, risalire in superfice e trovare chi vorreste voi, perchè allora, risanata ed aggiustata non sarei più io. Io, non sono che un ingranaggio difettoso.
Sono il cancro che vive dell'ospite, il virus che ammorba chi non è vaccinato.
E' bene che tutti mi stiano lontano. Il più possibile.
Non sono fatta per vivere io!
Vi chiedo di scusarmi, ma è un periodo così nero, che brancolo più delle altre volte e fatico a trovare il salvagente. Vi chiedo di scusarmi se i vostri commenti non ricevono risposta o i vostri post mie commenti. Li leggo, ma quando provo a scrivere viene fuori solo il rigurgito del male che ho dentro. Evito di infestarvi gli splendidi, solari e gioiosi blog che tenete con tanto lerciume. Spero che possiate avere pazienza, ed essere ancora qui quando (si spera) tornerà il sereno, nella mia vita.
Vi seguo sempre.
Isotta
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domenica 6 maggio 2012
L' assenza, di qualsiasi cosa vi manchi...
L'aria umida non lascia scampo ai tiepidi raggi di Sole. Questa Primavera non arriva, eppure è quello di cui avremmo bisogno. Dopo l'Inverno, dopo la pioggia. Dopo le tazze fumanti e i libri di scuola, i rami spogli e le sciarpe di lana. L'attesa.
E' fisiologico desiderare un respiro. Un attimo di dolce riposo per riabilitare il piacere, la pausa rigeneratrice di forza, di fare, d'impegno.
La verità è che ci vedo come palloncini vuoti. Involucri colorati che hanno sfidato il vento, gonfi di vita, di buoni propositi, rimpinzati a dovere di doveri. Sballottati su e giù, come palline di un flipper impazzito nelle mani di un sadico destino. E mi sono un po' rotta le balle. Della crisi, del tempo, di Belen&Corona, dei risultati, degli appelli di giugno, delle aspettative mie o di mia madre, della Juve che torna al pareggio, degli Europei (e che l'Ucraina si fotta, io non li guardo, perchè mi piace il calcio è vero, ma prima, sempre prima di tutto, amo gli animali. Che è un'altra cosa).
Sono stanca del mio armadio e del mio portafoglio che custodisce le fatiche di qualcun'altro, della disoccupazione e del terrore di rimanere a vita una mantenuta, ciò mi attanaglia. Della consapevolezza di essersi immolati per niente.
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| Foto scattata da lui |
Mi hanno veramente saturato le scatole gli incubi, così reali da togliermi la voglia di dormire, per paura di farne degli altri, peggiori dei precedenti, come se fosse possibile. La lontananza e i mille arrivederci, sussurrati a denti stretti e con gli occhi lucidi, mentre il cancello automatico si apre e le ruote si perdono sull'asfalto. Scene viste. Straviste, ancora e ancora, nel più bello dei supplizi.
Si perchè ritrovare chi ami è ritrovare chi eri, o sei stato. O forse, a ben guardare, è ritrovare chi sei e vuoi essere, senza il coraggio di ammetterlo. Che non te ne fai niente del resto, quando in due settimane hai respirato più a fondo degli ultimi tre mesi. Cosa mai puoi esserci di brutto nell'Universo intero, quando il "bum" cadenzato di quel cuore è meglio del valium? E come fai a scordare l'odore della pelle che hai fiutato dal primo sguardo? Gli odori sono sensazionali, ti sbattono al centro di vecchie emozioni, nello scorrere di un battito di ciglia. E all'improvviso sei a casa, e sei tu. Perchè qui ed ora è casa in ogni dove se c'è lui.
I progetti si gonfiano in aria come mongolfiere date alle fiamme, speranzosi si librano in volo, da lassù è più facile decidere dove attecchire, chissà quando, con radici profonde. Le radici che prima di tutto vi tengono assieme, e che sono quelle fondamentali per poi ricamarci sopra il resto.
Una vita.
Io voglio vivere. E non posso finchè non mi libero da tutto il fango che ho ingoiato, che ho intorno e mi divora la pelle. Per offrire ed avere una vita che possa chiamarsi tale, io devo passare tra questo. Addentare il senso di ciò che sono, spingermi in là, nei cunicoli bui che mi corrodono i pensieri, scovare il mostro che ingoia la serenità, combattere il dolore e la paura, fortificare gli occhi, troppo a lungo lasciati senza luce. Che si sta bene avendo una roccia accanto, ma non è tutto. Io pure voglio essere una roccia, anche per essere quella di qualcuno, se un giorno servirà.
E può fare paura. (Dio. Sapeste quanta ne fa anche a me!)
Sono terribili gli appuntamenti segnati di settimana in settimana e le verità che ne vengono fuori, come sono terribili i minuti in cui dopo ogni domanda guardo fuori dalla piccola finestra per prendere respiro, trovare coraggio, dare una forma al pensiero. Però è utile, o almeno così dicono. E serve a me, per tornare a ballare a tempo e respirare di pancia, per dire parole nuove, gentili, sincere.
Servirà a noi. E allora va bene.
Perchè su quella grande bilancia d'ottone, con le braccia lunghe ed oscillanti, la cosa che vale il peso dell'attesa, delle rinunce, della fatica, dell'orgoglio messo a tacere, dei sogni ricuciti a misura, delle chiacchiere, degli sbagli, delle scuse, degli infiniti addii e dei sempre nuovi arrivederci, siamo noi.
Coi difetti, le incomprensioni e le litigate. Sulle montagne russe, ma sempre e solo noi. Insieme.
Piove ancora, e l'assenza è così forte che mi pare di vederla.
Proverò a riempire lo spazio lasciato vuoto, ho promesso, con il "fare", "vedere", "creare". Il tempo va via così, l'unica cosa che possiamo modificare è la percezione che abbiamo del suo cambiamento. E lo renderò fruttuoso. E' una promessa, un obiettivo.
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mercoledì 18 aprile 2012
(s)Connessioni cerebrali...
Il cielo è chiaro ad ore improponibili, ma non te ne fai nulla.
Non ti attardi appesa alle chiacchiere da passeggio, non ci sono vulcani golosi di sole, nastri d'acqua all'orizzonte da rendere visibili il più a lungo possibile, bicchieri che tintinnano di cin-cin sotto i riflettori del giorno che resiste alla notte. Mi fa incazzare tutta questa luce sprecata. Mi fa incazzare lo spreco.
Mangiare un gelato ed affezionarsi al cucchiaino, this is me.
Uno sputo di gente davanti all'entrata e la comunione davanti alla cassa. La porta a vetri di sinistra piegata a far spazio al cliente, i frutti secchi già sbucciati, quelli freschi ancora vestiti, le insalate ed i panini i farciti, le verdure al vapore, il farro e l'orzo da condire a piacere. Entrare e non sentire puzza di cadavere, non vedere pezzi di morte in mezzo a due fette di pane. Sentirsi fottutamente positiva, ilare, dopo aver realizzato che il bar vegano/biologico della Stazione Centrale concorre "al fianco", in modalità spina s'intende, di BK. Felice, sia pure per 15 secondi. Pieni, però.
Rimbalzare da un letto all'altro. Mio. Non di altri. Tra due a dire il vero: il mio di sempre e il mio da quattro anni a questa parte. Non cucinare, non mangiare. Non dormire a dovere. Leggere nuovi blog di gente che pare fichissima, che si sente fichissima, che dice fare cose fichissime. Allora deprimersi un po' , finchè non afferri che per tenere un blog ho queste/a è depressa senza un cazzo da fare esattamente come me o ha una gemella bionica costretta a ticchettare sulla tastiera le mirabolanti avventure della consanguinea nel mentre lei è a compierne di nuove e mirabolanti o è WonderBlogger . E adesso ho questo dubbio esistenziale che mi tormenta: che tutino vestirà WonderBlogger?
Poi, non so come voi vi rapportiate al calendario. Io lo subisco. A parte che il " :( " segnato ogni ventotto giorni, è già un motivo più che ragionevole ed universalmente accettato, per avere le balle girate, ma ti si schiantano al suolo, come i vasi di tua madre irrimediabilmente rotti dopo aver giocato dentro casa con la palla quando ti era stato palesamente detto di non farlo, nel momento in cui conti almeno settantasei giorni a separare te dall'ozio fancazzista delle vacanze estive. Non ce la posso fare. Morirò prima. Quindi se l'aggiornamento del blog supera di molto la mia fisiologica, altalenante mancanza, oltre il livello settimanale. Sentitevi autorizzati a mandare dei fiori.
Ho il cervello in pappa. E meno di una settimana dai primi due esami del semestre che apriranno le danze, agli altri.
Ditemi che voi non state peggio e la vita è bella, peace.
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martedì 7 febbraio 2012
Mi sono svegliata ieri mattino alle 9.00, c'era un cielo azzurro azzurro e tutti gli alberi ghiacciati, brillanti, le strade e i tetti ricoperti di neve, pareva di essere a Narnia.
Sono passate 33 ore da allora e i miei occhi non si sono chiusi un attimo, anzi, hanno avuto il loro bel da fare.
Uscita da una delle tante settimane di litigio ero stata contenta di rispondere alle sue chiamate, ero felice del fatto che finalmente si fosse deciso a fare qualche passo verso la riappacificazione, ma allo stesso modo cercavo di non darla a vedere, tutta questa gioia.
Passa così il pomeriggio, tra chiacchiere fugaci e parole appesa alla cornetta. Poi la sera il silenzio. Di nuovo.
Vengo a sapere che è successo un'evento straordinario al quale nessun ragazzo di 26 anni (prossimi 27) può rinunciare: cadono due fiocchi di neve.
Mi arrabbio con me stessa, mi considero intelligente eppure casco sempre sui soliti errori, poi però mi chiedo "di chi ti fidi di più? E' tutto qui il senso delle cose."
Ti fidi di te stessa, del tuo istinto, del sesto e del settimo senso, o di lui? Di quello che al telefono ti dice che sta facendo il bagno al cane, ma tu sai che quel cane è morto da settimane; di quello che giura e spergiura che è in un posto, addirittura è pronto a mandarti la fotografia, mentre tu hai la foto reale davanti, e si trova da tutt'altra parte? Tanto per citare le prime due fesserie che ho ascoltato, del bilione che mi viene in mente.
Allora ti svegli per un attimo dal torpore nel quale sei piombata cinque lunghissimi anni fa e ti dai da fare.
Forzo facebook, che è l'emblema della rottura delle coppie, il posto perfetto per fare magagne e scovarle se ne sei alla ricerca; che mi denunci, ecco è scritto nero su bianco, ho hackerato e ravanato tra tutto, dagli amici, alle foto...ma la cosa veramente fondamentale sono i messaggi e fb ti fa anche il favore di salvare come tali le cronologie delle chat...niente da fa', Zuckerberg è un fottuto genio!
C'è di tutto, scambio di apprezzamenti su materiale femminile vario con gli amici, scambio di filmini pornografici con ragazze che io conosco a malapena, disperate rischieste di uscire quando a me diceva che erano gli altri ad implorarlo di farlo, e poi finalmente la pugnalata con la P maiuscola, anni e anni di menzogne, di accuse di essere una pazza visionaria, di immaginarmi il marcio, quando il marcio ce l'ho sempre avuto a fianco, in carne ed ossa.
Come ho fatto? Come ci sono cascata? Isotta tu sei diffidente, disillusa, cinica a tratti, come hai fatto? E' stato furbo, c'è da renderne atto, è stato capace di attuare la più infallibile delle tecniche, la più spietata delle baracconate: si è costruito addosso la figura di vittima (la mia famiglia lo ha sempre difeso, puor parler...), schiavo delle restrizioni di una sadica, si è fatto agnello, ha operato un lento e progressivo convincimento tanto da farmi sentire una stronza, la strega delle favole che infieriva contro il povero disperato che aveva sacrificato tutto pur di starmi accanto.
Un vero maestro. Non avrei saputo fare di meglio. Neanche idearlo, a dire il vero.
Allora realizzi che la frustrazione che avevi è reale, che le cose non me le immaginavo, ce le avevo davanti agli occhi ma il teatrino che mi era stato costruito in testa e un po' di sentimento cancellavano l'ovvio. E alzarsi per gli incubi nel cuore della notte, fradicia di sudore freddo con un tamburo nel petto acquista finalmente il giusto valore. Le risatine sotto i baffi che era sempre un "ma sei paranoica", erano reali. Gli attacchi di panico, gli isterismi avevano un fondamento concreto, altro che "hai bisogno dello psicologo". E scopri anche che eri veramente innamorata, lo sei ancora a dire il vero. Nonostante tu abbia sempre pensato di essere in difetto nei confronti del suo grandeamore, realizzi che era esattamente il contrario. Che a pensarci bene sei sempre stata tu a telefonare, a porgerti per un bacio a parlare per prima, a investire sentimento.
Il mondo addosso. Tutto quello che avevi costruito, per ovvie ragioni solo nella tua di testa, distrutto da una bomba atomica; le certezze, la fiducia, l'impegno, infangati dal peggiore degli esseri, un uomo.
E come la risolvi adesso? A chi potrai mai credere, più? A chi avrai il coraggio di dare una chance? Dove troverai la forza, se la tua forza era lui? Non lo so.
Sono stata tradita dalla persona a cui ero disposta a dare tutto, e adesso lo posso dire con certezza, dato che dopo tutto ciò il mio unico pensiero è come farò a vivere senza di te..
Io oggi sono morta.
Isotta.
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sabato 4 febbraio 2012
Pensieri...e un GiveAway!
Troppo spesso le parole fanno i capricci, si buttano a capofitto nel vuoto creato dai silenzi e impongono il loro suono a chi le ascolta, a chi non le voleva ascoltare o a chi non voleva nemmeno farle uscire. Le verità sono le tenaglie che possono liberarti dalla noia, dall'odore di stantio che senti nell'armadio, tra le lenzuola, sulla pelle anche dopo aver fatto lunghe doccie bollenti, quando la pelle brucia sotto goccie infuocate ma il rumore dei pensieri è così assordante da farti dimenticare che hai un corpo a cui badare. Quando fuori è nebuloso e soffocante e dai capelli appiccicati al viso, alla schiena, al collo, sgorgano rivoli, strade d'acqua che facendosi spazio tra le pieghe, assecondando le forme, disegnano un percorso per andare via, che a volte lo scarico è un posto più ambito di quello accanto a te. Il petto compensa come può tutta quell'umida aria calda che entra nei polmoni, e ti ritrovi senza fiato, alla fine di una corsa che deve ancora iniziare eppure ti ha già stremata, ad ansimare per uno spiraglio, una boccata d'ossigeno che liberi la gola dalla pesantezza che l'ha invasa, che imponga riposo al cuore finora impegnato a battere più forte per sostenere l'ipossia alla quale ti sei costretta a vivere, sotto la doccia come a pranzo, del resto sempre la stessa vita è.
Cercare di resistere è da fessi. Alcuni stanno sotto lo scrocio della doccia senza batter ciglio, pregando perchè l'acqua bollente duri più a lungo possibile. Ma questa è gente dai polmoni capienti, dalla pelle dura e dalla mente salda, dalla quotidianetà fatta di concreta routine, da sogni di materiale realizzazione, da sentimenti normali e di tangibile realizzazione. Per tutti gli altri, cercare di resistere è da fessi.
Per quelli che che preferiscono la sensazione di tepore quando l'acqua non è più fredda e ti senti a casa, alla rassicurante temperatura costante; per quelli che non hanno ancora deciso chi e cosa essere e allora si inventano in mille sfaciettature nel giro di una giornata; per quelli che i sogni o sono irrealizzabili o non sono sogni, è rimboccarsi le maniche; per quelli che vogliono saltare il pranzo ma cibarsi di emozioni; per quelli che alla sicurezza preferiscono infinitamente di più il rischio di gettarsi tra le parole che non dovevano essere dette o le cose che non dovrebbero essere fatte, che una vita non la puoi chiamare tale se non ci hai giocato d'azzardo!
Per tutta questa serie di motivi, io voglio sbagliare, tornare indietro, decidere fermamente una cosa e il giorno dopo fare esattamente l'opposto, mandare affanculo e chiedere scusa e poi ancora maledirti e fare l'amore, voglio essere libera di muovermi tra i miei sentimenti come sui sassi in mezzo al fiume, senza una meta, su quello che al momento vedo più sicuro o mi sta più simpatico, solo per il gusto di vedere se cadrò o meno. Io voglio questo, che può benissimo essere chiamata pazzia o coglionaggine, poca serietà o adolescenza tardiva, incoerenza; ma che è decisamente più eccitante e godereccio della più confortante e noiosa, banale linearità!
Se non hai il coraggio di seguirmi tra le pieghe delle emozioni, le incoerenze del cuore, lo smarrimento della non-certezza, i cunicoli bui e sconosciuti della mia testa, gli sbalzi d'umore, le follie e i sogni, i discorsi da bambina e il corpo di donna, gli occhi di un gatto e il petto di madre, i vestiti firmati e il cibo biologico, il rancore e l'amore, l'odio e la complicità, lasciami.
Lasciami a chi, magari, sta cercando esattamente qualcuno come me.---------------------------------------------
E' da tempo che volevo partecipare al GiveAway della nostra cara Zia Aerospaziale, ma per ovvi problemi, relativi agli esami, questo non è stato possibile fino ad oggi!Credo che vi abbia rotto abbastanza su quanto io ami follemente gli animali, tutti sanno che sono vegetariana ed è quindi una cosa imprescindibile che io tenga alla natura. Proprio per questo la mia partecipazione è ancora più sentita!
Per tutte le info, le modalità e la data di "scadenza" vi rimando al post, senza essere ripetitiva...che dire?!
Speriamo di vincereeeeeeee!!!
Isotta
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venerdì 6 gennaio 2012
Solite lagne...
"si sentiva invisibile, inadatta, incompresa.
E’ il destino di tutti quelli che Sentono troppo.
il destino di tutti quelli che Amano troppo.
La via obbligata del troppo pensare è veder svanire,
E’ il destino di tutti quelli che Sentono troppo.
il destino di tutti quelli che Amano troppo.
La via obbligata del troppo pensare è veder svanire,
sotto un velo di incomprensibilità, questo illogico mondo
e restare irrimediabilmente soli…”
Anton Vanligt
Immaginavo di scrivere numerosi post sulle vacanze che tanto adoro, sui preparativi, sullo svolgimento, sulle mille cose che ho fatto mentre ero distante dallo schermo, dalla tastiera, eppure non sono capace. Essendo che il mio scrivere è svuotare la rabbia, il dolore, la tristezza e la depressione, scrivo solo quando queste cattive compagnie suonano il campanello. Perchè pensandoci bene, se fossi tranquilla e serena sarei a zampettare in giro col mio Buddy, a divorare con gli occhi le vetrine, a ballare nel fumo dei locali la notte, a scherzare con gli amici, come ho fatto nei momenti in cui non c'erano nuovi post sul blog. Invece oggi scrivo, dopo tanto tempo, perchè dopo tanto sono di nuovo nel pozzo nero, le parole gli artigli che mi salvano dal baratro.
Non so essere felice e se qualcuno di voi è così caritatevole ed incline al volontariato da leggere i miei piagnistei lo saprà bene.
Quindi mi scuso con i post incompiuti che albergano le mie bozze, non vedranno mai la rete; mi scuso con chi magari ogni tanto passa a vedere se ho mantenuto la promessa di scrivere il post post-natale o se ci sono segni di vita, perchè gli ho dato buca; mi scuso con il disegno iniziato in un periodo nero e abbandonato, per poi essere nuovamente usato come valvola di sfogo, ancora una volta, nell'ennesimo periodo nero; mi scuso con tutti quelli che devono subire questa altalenante spirale di momenti buoni e momenti cattivi, di apprezzamento e rifiuto, di vicinanza ed allontanamento, di amore ed odio.
Non ho imparato ad usare le sfumature. E non garantisco che mai imparerò a farlo.
D'altra parte io non starei mai vicino ad una persona così, la lascerei marcire nei suoi attacchi di panico, di ira, di rabbia, nel suo smarrimento e nella sua solitudine, nella depressione più tetra. Allo stesso modo non leggerei mai un blog noioso che parla solo di tristezze ingiustificate e malumori ciclici.
Chiedo scusa a tutti, anche a chi per sbaglio mi si è seduto vicino sul treno, con ogni probabilità avrò infettato anche la sua vita.
Adesso desidero che il tempo passi in fretta, in modo che io possa tornate nella mia stanza-prigione, a guardare il soffitto e dormire il resto del tempo, ad aspettare che passi, a piangermi addosso, a cercare una sola ragione per la quale questo strazio vada sopportato, e gioire nel non averla trovata.
E poi piove.
Isotta
giovedì 15 dicembre 2011
Voci e parole...
Vi è mai capitato di ascoltare la vostra voce registrata? E' terrificante. Almeno per me.
Io odio il fatto che quel suono non mi rappresenta. E' lontano anni luce dalla voce che ascolto mentre le parole abbandonano la mia gola, ed è ancora più differente dalla voce con cui i pensieri e le idee affollano lo spazio disponibile tra le tempie. In sostanza io ho tre voci, quella orribile, con cui gli altri mi ascoltano, che devo aver rubato a qualche fatina delle numerose favole che mi leggeva mio padre, alla sera, al buio, prima di andare a letto; quella che percepisco ed ha un tono prepotente, perentorio, delle volte anche quando non sarebbe proprio il caso o non c'è proprio la volontà, quella che mi fa va di sentire forte e decisa. E infine quella che io chiamo "la voce dei pensieri", quella che dovrà di sicuro appartenere ad una donna realmente forte. Non urla mai, si affaccia in punta di piedi, non vi è traccia di inflessioni spiacevoli, toni esagerati, vocali troppo aperte o doppie troppo forti. E' una voce sicura, ferma, decisa ma non imponitiva, saggia, materna. E' come la voce di quelle persone che hanno vissuto tanto e tanto hanno da raccontare, ma sono così intelligenti da non credere di esserlo, o pretende a tutti i costi di dimostrarlo. Butta lì un consiglio senza aspettative, a smuovere con cerchi concentrici il laghetto arginato che ti sei costruita, e attende; aspetta che che anche tu ti accorga chi sei. Non è una voce familiare, è una sconosciuta che alberga tra le mie orecchie, ma che mi conosce talmente bene da farmi sentire estranea a me stessa. E' onesta, perchè non conosce menzogna il filo irrazionale dei pensieri, ma solo la genuinità di quello che siamo.
Una cosa che ho sempre fatto è non ascoltarla, rivestendo di valore, piuttosto, lo squittio delle voci degli altri, che la sua, la mia.
Poi, per quella strana abitudine che abbiamo di infilare una maschera, e portarla giorno e notte per così tanto tempo da non ricordare nemmeno più i lineamenti che abbiamo nascosto, mi sono inventata un'Isotta diversa, sul cui altare immolavo in sacrificio emozioni nascoste, opportunità cadute nel silenzio, sogni fatti di poco, troppo piccoli per avere valore, avere le ali, sapere volare, il coraggio di scegliere per me, non per gli altri, per l'adesso e non il futuro.
Quella sensazione all'etanolo, con la testa leggera e il cuore svuotato, io l'ho sempre provata. E la provo ogni volta che picchietto sulla tastiera e strappo parole ai pensieri, capriolo le frasi, imbratto una pagina del mio odore più vero. Scrivere è una boccata d'aria fresca, nell'aria di Dicembre, dopo due ore di fila nel locale con l'aria viziata; è il coraggioso tuffo nel mare di fine Aprile, dopo un'attesa lunga un inverno; è il pezzo di torta al triplo cioccolato quando la dieta è finita, affondare il naso nel pelo del tuo cane che freme di gioia dopo averti aspettata a lungo, è il primo bacio con la persona che ti ha fatto faticare tanto per averlo. Scrivere è una liberazione. E leggere è il suo sposo.
Non lo so, ho sempre questa sensazione di non aver fatto le scelte giuste appiccicata alla pelle, di non aver vissuto per come avrei dovuto, di non essermi sfruttata il tempo, di averlo sprecato rincorrendo un'immagine che non ero io. Se così non fosse, non avrei rimpianti, timori o quel che è, sarei serena e felice. O forse no. Che quelli come me se non hanno qualcosa di cui lamentarsi la trovano, e nel caso in cui non la trovassero, fanno in modo di averla lo stesso.
Oggi va così, il grigiume dalla finestra e un esame inutile e noioso fanno il resto. Ma io sono qui, e non riesco a pensare che tra due giorni sono a casa, che riabbraccio i miei amori pelosi, che lui è venuto e, per ora, abbiamo risolto, che è il mio compleanno tra poco e c'è da festeggiare anche Natale, Capodanno e la Befana. No. Oggi l'unica cosa che la voce mi ripete è "ma non dicevi che odiavi le materie umanistiche e volevi solo vivere tra chimica e biologia?", poi tace.
Isotta
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