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martedì 27 novembre 2012

Sprazzi di ricordi.

L'odore del dopobarba di mio padre potrei riconoscerlo tra la popolazione mondiale. No, non il profumo, ma l'odore che ne viene fuori quando si mischia a quello della sua pelle. Gli stavo spalmata addosso quando lui era seduto su una delle due poltrone del salotto buono, quello che è accessibile solo la domenica o per le feste, Natale, Pasqua, i compleanni dei nonni, anche gli onomastici, a dire il vero, erano da festeggiare a casa loro. Tutt'intorno le voci degli adulti, l'argomento preferito, quello di cui non si stancavano, stancano ancora adesso, mai, ad animarle. A casa dei nonni paterni è tutto un parlare di calcio, i figli, le figlie i generi e le nuore, i nipoti grandi e quelli piccoli, i nonni stessi.
Mio padre è il quinto di sei figli, l'ultimo maschio, il piccolino che le due sorelle più grandi usavano come bambolotto e a cui così facevano anche da mammine. Quando poi è nata l'ultima davvero, allora le attenzioni sono irrimediabilmente ricadute su di lei, ma la distanza nel tempo non avrà di sicuro permesso a mio padre di rattristarsi, anzi, di godersi un po' più la sua adoloscenza da non più ultimo e iperprotetto. Gli altri due maschi il maggiore, e quello che a mio padre passa solo tre anni tendono a battibeccarsi più degli altri, per motivi che tutti possiamo immaginare. Era bello sentirli parlare.
In tutto adesso siamo tredici nipoti, ma quando io ero piccola eravamo solo sei. Andavano a combinare disastri nelle stanze lontane, quelle che per arrivarci bisognava attraversare un corridoio buio col marmo grigio. Trascinavo i piedi invece di sollevarli, e sotto le suole ogni tanto si avvertiva una resistenza, un segnale, quando la gomma delle scarpe incontrava il bordo di un marmo non perfettamente ad incastro. Mia madre mi tirava da un braccio e io tenevo gli occhi chiusi. Poi mi spingeva sulla soglia e diceva "Isotta vuole giocare con voi." Ma non era vero, Isotta voleva stare dove stava, che anche a cinque anni se hai un tipo di carattere con gli adulti ti ci trovi meglio o , più probabilmente, non mi piacevano i bambini già da quando lo ero io stessa.
Allora mi sedevo sulla sedia affianco all'armadio e dondolavo le gambe, scoordinate, tenevo le manine sotto le cosce, coi palmi piantati nel fondo in paglia, puntualmente poi ne rimanevano i segni. Guardavo i piedi comparire uno alla volta e ogni due contavo uno.
I miei cugini si dicevano cose nell'orecchio e poi ridevano, alcune volte facevano fare delle prove di coraggio ai più piccoli, cose come andare in cucina e rubare la bottiglia della coca-cola, le patatine o che so io. Io non ci sarei mai andata, non mi è mai piaciuto prendere le cose di nascosto ai grandi o forse avendo i miei nonni materni un bar, in cui mi era possibile accedere a qualsivoglia schifezza, senza nessuna limitazione, non capivo appieno il fascino di quell'esperienza, l'adrenalina di quel gioco.
Destro, sinistro. Uno
Destro, sinistro. Due
Tre, quattro, otto. All'otto ricominciavo da capo. Per otto volte.
Destro,Pim.
Sinistro,Pum.
Un salto a piedi uniti per scendere dalla sedia, Pam.
Correvo via, attraversando di corsa il corridoio. Era il lasso di tempo perfetto a non destare sospetti, troppo lungo per non aver partecipato ai giochi, troppo corto per far incuriosire gli altri e venire a vedere il mio cambiamento. Quello che avrebbero visto sarebbe stato unicamente la conferma di un dubbio.
Mi chiedevano se avessi giocato con gli altri e rispondevo sempre si. Quando gli adulti vogliono una cosa, la vogliono e basta, non importa quanto tu invece ne sia lontata e chiaramente infastidita. O almeno, così era mia madre.
La mediazione tra il mio volere e quello degli altri, avevo capito essere le piccole bugie. Innoque, dette a fin di bene, quelle mezze verità per non ferire, non turbare, non far arrabbiare, evitare le urla e la disapprovazione, sembrava accettabile infondo, scambiarle con la frustazione e la tristezza. Ma le piccole bugie si sommano e crescono, fanno l'abitudine, tanto da spuntare fuori all'occorrenza, senza controllo, come munite di vita propria, precise, credibili, azzeccate, in ogni situazione critica. Talmente affezionate, abituate, cresciute, da perderne il controllo, e da insolenti senza scrupoli quali sono, finirne con il diventarne il mezzo attraverso il quale si esprimono,
il gioco che si ribella al suo sviluppatore, un virus che subdolo si insinua nella cellula, che infinitesimale ma potente finisce per farle replicare il suo di genoma, invece che l'autoctono, e la cellula si ritrova così, inghiottita dal volere suo ospite, senza connotati.
Le bugie sono serpi che ti si rivoltano contro.

                                                                                  Isotta

martedì 24 luglio 2012

Quando la tempesta viene dal mare...

"Ma cosa ne volete sapere voi che state in montagna" ci dicono. Come se per conoscerlo, per conoscerlo veramente, il mare lo si debba sentir bussare alla finestra. Eppure loro non lo sanno. Non sanno che da ognuna delle nostre, di finestre, il mare si vede eccome. Le case seguono la linea del profilo della montagna, e curvano per poter stare lì, ferme e sospese, come il viso di un uomo sui fianchi rotondi della sua donna dopo aver fatto l'amore. Il sole muore laggiù ogni sera. E non lo possono sapere da che posizione privilegiata lo vediamo noi, il mare. A perdita d'occhio, la collina che si apre in pianura, i paesi e le loro luci, fino a che il verde smeraldo lambisce l'azzurro. Le scintille gialle che ballano sull'increspatura dell'onda di giorno e quelle bianche della Luna che cullano il blu della sera. Le gru del porto, stagliate all'orizzonte sembrano le giraffe africane di quei documentari in tivù. Se sali sulle terrazze lo senti persino, l'odore del mare. E' lì da sempre. Lo conosciamo eccome.
Vivere quassù è sapere che dei nuvoloni alle spalle non c'è da preoccuparsi, ma che se la tempesta viene dal mare, allora durerà. Stiamo a guardare, sospesi in altezza, le nubi addensarsi sull'acqua, cambiarne il colore, scurirne la linea dell'orizzonte prima impercettibile, il vento gonfiare le onde e smuovere il fondale. E ci siamo ancora a guardare, a vederla passare, quando la furia è sopita, il cielo si riprende l'azzurro e il mare torna a specchiarlo.
Se l'hai visto da sempre però lo riconosci, quel momento strano, in cui in apparenza tutto sembra tornato alla normalità e invece c'è ancora tanto lavoro da fare, tanta attesa da far correre via. Il vento lascia il passo alla brezza leggera, il sole torna padrone solitario e luminoso, ma l'acqua è torbida. La tempesta lo travolge, passa indisturbata fino ad abbandonarlo lasciandolo solo a sistemare i danni del suo passaggio.
Le tempeste si comportano così col mondo. Generano il caos. E se per caso esistesse una calma tutta apparente, a loro non importa nulla, arrivano e distruggono, portano a galla verità, dubbi e incertezze, quegli stessi mostri che avevi faticosamente cercato di mettere a dormire sotto una coperta di normalità.
Quando ti impegni tanto a sgomberare la mente dai nuvoloni neri, arginado i pensieri, occupando gli spazi lasciati vuoti con i buoni propsiti, lo devi mettere in conto. Prima o poi la stanchezza si farà sentire e allora tu mostrerai il fianco scoperto, permettendo così alla tempesta di trovare un varco. E in men che non si dica ti ritrovi a testa in giù, senz'aria, sbattuta sulla battigia dalla risacca, confusa e senza forze.
Poi ti tiri su e capisci di aver sbagliato ancora. Che non dovevi, non potevi permettere alla tempesta di arrivare, che ti avrebbe distrutta ancora e sarebbe stato inutile tutto quel ricostruire, seppur in apparenza, una vita. Sforzi vani, impegno deriso.
Ma i buoni propositi bruciano tra le fiamme, quando tra le lenzuola ed il suo petto è il posto a cui senti di appartenere, quando il tuo corpo sembra fatto a misura per accogliere il suo e l'odore delle vostre pelli che si mischiano è un antico canto tribale. E' tutto inutile e perso quando la mia debolezza incontra la sua sfacciatagine.
E' stata inutile e persa la guerra contro me medesima, perchè sono ancora una volta qui a maledire il destino che ha fatto lui così, così perfetto e così dannatamente sbagliato, per me. Me, così debole e dannatamente persa per lui.
Si frantuma tutto quando i suoi occhi mi percorrono il corpo, anche le mie ossa sgretolano. E non c'è nulla che si può fare. C'è solo da aspettare che la tempesta passi, valutare i danni e mettersi a ricostruire.
Per quanta forza serva, per quanto coraggio ci voglia, bisogna farlo.

                                                                                            Isotta

domenica 3 giugno 2012

Il nostro momento...prima o poi!

Il vento passa tra i rami e scompiglia le foglie. La luce ruba terreno alla sera, spruzzando il cielo di lilla e di arancio. Vorrei avere una terrazza, un tavolino con le poltroncine in vimini e una brocca impannata dal contrasto tra la temperatura estiva e lo spritz freddo.
Laggiù il mare riflette la palla rossa che è il Sole, le scintille che vibrano sull'increspatura della brezza indicano noi. Indosso il vestito bianco, di lino leggero che accompagnato dalle ciocche dorate, balla ad ogni sbuffo di vento. Se guardi bene sulle montagne c'è anche la Luna, fredda e d'argento. Aspetta paziente che vada via l'altro per diventare la padrona del cielo.
I mici sonnecchiano alla luce arancione, sparsi in ogni direzione, trasformando in giaciglio anche il muretto di cemento, ho letto che in alto si sentono protetti, al sicuro. Respirano piano, talmente piano da sembrare immobili, non fosse per quel movimento impercettibile della pancia pelosa. Sono sereni, ed io un po' li invidio. I cani sono diversi, quando giro pagina o cambio posizione alzano il muso e mi guardano per accertarsi che vada tutto bene e io sia salva, allora accarezzo quelle testone lisce e tornano tranquilli, al mio fianco. Per un cane sei la cosa più preziosa che esiste, più preziosa anche della sua stessa vita. E non c'è niente, niente che tu possa fare, in grado di ripagare la sensazione di benessere che si prova ad essere importanti per qualcuno, ad essere amati.
Quando parlo del mio amore per gli animali la gente sogghigna e ridacchia, alcuni persino si offendono e mi danno della squilibrata, ma la verità è che questa sensazione nessun essere umano me l'ha fatta provare. Non madre, non padre, non amici, non fidanzato. Con nessuno mi sento amata quanto con una palla di pelo vicino.
Finisco il capitolo e mi verso un bicchiere. Il vulcano sta per inghiottire la palla di fuoco anche oggi e non voglio perdermelo, mi metto comoda, allungo le gambe sul tavolino, sfioro con la caviglia la brocca e sussulto di brivido. 
Lo spettacolo finisce ed è ora di rientrare, le code mi tagliano la strada facendomi quasi cadere, ne prendo in braccio quanti più posso, incito gli altri a salire, corriamo per le scale e arriviamo tutti in cucina, qualche coccola a chi le cerca, un rimprovero a chi sta graffiando le tende, una pacca sulla capoccia a chi è il capo branco, ed è ora di cena.
Do' ad ognuno la propia razione e mi metto a mangiare anche io, il telegiornale da brutte notizie in sottofondo ma noi, non le vogliamo sentire. Noi abbiamo la panza piena e siamo tutti assieme e questo ci basta, per essere felici.
Io avrò sempre loro al mio fianco e loro me, non abbiamo bisogno di niente altro al mondo.

Io, per adesso, spero che questo mio desiderio si realizzi al più presto e per farlo devo sgobbare, sbrigarmi a finire gli esami e laurearmi per lavorare al più presto. Perciò sto studiando e sono indaffarata, non ho tempo per il mondo dei blog, ma rinuncio adesso per averne di più, dopo. 
Non sono ancora felice ed a casa mia con loro, ma anche solo pregustarlo mi fa stare bene, quindi sogno, immagino e lo condivido con voi!
E voi, a che cosa sognate, ultimamente?
In ogni caso ho prenotato l'aereo. Il 2 Luglio alle 14.30 sono a casa. 
Can't wait...

                                                                                     Isotta

domenica 13 maggio 2012

Sunday afternoon thoughts...



Lo schermo della tivù fa le grinze e io allora aspetto che passi, guardando fuori dalla finestra. Quello è il segnale che annuncia il passaggio di un aereo. Incidono l'azzurro lasciandosi dietro linee bianche che poco a poco colano verso terra, sparendo. Quante vite lassù. Chissà che fanno in quel preciso istante, dove sono diretti, chissà per chi di loro è un arrivo e per chi un ritorno. Che buffo che un luogo possa essere casa per alcuni e una vacanza per altri. Magari mentre sorvolano c'è qualcuno che guarda fuori dal finestrino, si domanderà cosa sono quei sei palazzoni tutti uguali, non ci crederesti amico che viviamo in 600 studenti qua dentro ah? si, ce la si fa perchè le stanze sono un po' più grandi di un loculo. Forse qualcuno pensa a cosa stia facendo io. Dentro un buco a guardare il cielo oltre la finestra, ad immaginare la vita, come scorre per gli altri, se se la sono caricata addosso come un peso o la vestono e ne fanno il loro miglior outfit di sempre.

Strana la vita, chi viene, chi va.
A me sembra di esserci stata sempre, mentre tutti attorno volano via. E poi tornano e poi vanno. A volte scompaiono, e la maggior parte è un bene. Delle volte fa male. Delle volte vorresti partire anche tu, che restare è sempre restare, sa di noia. Eh, ma anche per partire ci vuole coraggio.

Chissà se sull'aereo di oggi qualcuno è partito con coraggio, chessò per il lavoro dei sogni, l'opportunità della vita, l'anima gemella...un ideale!
Ma esistono ancora i coraggiosi? Bah...inutile tentare di darli per dispersi giustificandone con l'assenza la mancanza quando ti guardo allo specchio. Esistono si.
Fattene una ragione, a non esserlo.

Che poi chi ha deciso cosa. Nel senso, dove finisce il coraggio ed inizia l'opportunismo? Qual è il confine tra giusto e sbagliato? Chi può dire bene o male?
 Sai che se disegni un 9 per terra, per chi lo guarderà dalla testa sarà sempre un 6. Me lo disse una volta il mio anziano Prof d'Inglese, mi pare stessi contestando la colazione inglese, in favore ovviamente, di brioche e cappuccino.

Ma si. Infondo siamo qua ed è questo che conta.

Minchiate.
Io pretendo il meglio. Io di tutto questo respirare, pompare sangue, fare scorie, non me ne faccio niente. Ma niente proprio.
Per cosa vivete voi? 
Cosa è che la mattina quando aprite gli occhi non vi fa richiuderli e mandare tutto affanculo, per chi vivete, per quale grande amore o ideale? 
Come fate a sorridere? 
Ma non ci pensate mai agli animali torturati da tutte le parti del globo, in tutti i campi d'applicazione dello sfruttamento? 
Non ci pensate mai ai barboni bruciati da ragazzini annoiati, ed ai cittadini tenuti a catena stretta dalle mafie? 
Non vi fa incazzare pensare che poteste aver faticato una vita e poi beccarvi una malattia terminale? Non vorreste avere la forza di cambiare il mondo e sapere che essendo alti un metro e uno sputo e contando molto meno di niente, non farete mai un cazzo in questa cazzo di vita?
Come sopportate che niente è andato come avreste voluto, come sarebbe dovuto essere?

Io non voglio mettere al mondo nessuno per fargli vivere 'sto strazio! Siete dei sadici se vi siete o avete intenzione di riprodurvi! Abbiate pietà, risparmiate ai vostri figli questa giostra perversa!

Festa della mamma, un corno. Se la mia avesse evitato, io a quest ora non starei così.
Anzi, meglio. Non sarei proprio.

E non comprate azalee o mele o pere o quel che è, finanziereste solo una falsa scienza che sfrutta la vivisezione per offuscare i fallimenti e ricevere fondi in modo da mandare avanti questa pantomima della ricerca.
Ricordate: non vinceremo le malattie guarendo i topi fatti ammalare artificialmente.
"FARLI AMMALARE NON CI FARA' GUARIRE!"

                                                                                            Isotta.


mercoledì 18 aprile 2012

(s)Connessioni cerebrali...

Il cielo è chiaro ad ore improponibili, ma non te ne fai nulla.
Non ti attardi appesa alle chiacchiere da passeggio, non ci sono vulcani golosi di sole, nastri d'acqua all'orizzonte da rendere visibili il più a lungo possibile, bicchieri che tintinnano di cin-cin sotto i riflettori del giorno che resiste alla notte. Mi fa incazzare tutta questa luce sprecata. Mi fa incazzare lo spreco.
Mangiare un gelato ed affezionarsi al cucchiaino, this is me.

Uno sputo di gente davanti all'entrata e la comunione davanti alla cassa. La porta a vetri di sinistra piegata a far spazio al cliente, i frutti secchi già sbucciati, quelli freschi ancora vestiti, le insalate ed i panini i farciti, le verdure al vapore, il farro e l'orzo da condire a piacere. Entrare e non sentire puzza di cadavere, non vedere pezzi di morte in mezzo a due fette di pane. Sentirsi fottutamente positiva, ilare, dopo aver realizzato che il bar vegano/biologico della Stazione Centrale concorre "al fianco", in modalità spina s'intende, di BK. Felice, sia pure per 15 secondi. Pieni, però.

Rimbalzare da un letto all'altro. Mio. Non di altri. Tra due a dire il vero: il mio di sempre e il mio da quattro anni a questa parte. Non cucinare, non mangiare. Non dormire a dovere. Leggere nuovi blog di gente che pare fichissima, che si sente fichissima, che dice fare cose fichissime. Allora deprimersi un po' , finchè non afferri che per tenere un blog ho queste/a è depressa senza un cazzo da fare esattamente come me o ha una gemella bionica costretta a ticchettare sulla tastiera le mirabolanti avventure della consanguinea nel mentre lei è a compierne di nuove e mirabolanti o è WonderBlogger . E adesso ho questo dubbio esistenziale che mi tormenta: che tutino vestirà WonderBlogger?

Poi, non so come voi vi rapportiate al calendario. Io lo subisco. A parte che il " :( " segnato ogni ventotto giorni, è già un motivo più che ragionevole ed universalmente accettato, per avere le balle girate, ma ti si schiantano al suolo, come i vasi di tua madre irrimediabilmente rotti dopo aver giocato dentro casa con la palla quando ti era stato palesamente detto di non farlo, nel momento in cui conti almeno settantasei giorni a separare te dall'ozio fancazzista delle vacanze estive. Non ce la posso fare. Morirò prima. Quindi se l'aggiornamento del blog supera di molto la mia fisiologica, altalenante mancanza, oltre il livello settimanale. Sentitevi autorizzati a mandare dei fiori.

Ho il cervello in pappa. E meno di una settimana dai primi due esami del semestre che apriranno le danze, agli altri.
Ditemi che voi non state peggio e la vita è bella, peace.

                                                                                      Isotta

sabato 21 gennaio 2012

La mia "persona" speciale...

Sto studiando senza voglia, in maniera superficiale e presa totalmente da altre faccende. E non dovrei dato che lunedì ho il primo di una sfilza di esami, da sostenere. Comunque è inutile lottare con la mente, più cerchi di incollarla e tenerla ferma più sguscia via da ogni parte, fa i capricci e vince, in ogni caso, lei. Ti porta dove ne ha voglia, un po' come succede col mio Buddy quando lo mi porta a spasso. Un'odore, una palla, un bimbo che corre, una voce amica ed io sono la banderuola attaccata al guinzaglio, trascinata laddove SuaMaestàAmoreDellaMiaVita decide sia il caso di andare. E' che non sono stata in grado di educarlo mi dicono, ed è così senza dubbio, infondo però la verità è che io non mi sento la padrona di nessuno, non lo sono di me stessa come mai potrei interpretare il ruolo su qualcun'altro? C'è che il mio Buddy è libero di fare qualsiasi cosa gli passi per la testa, limitandosi ovviamente ad azioni che non prevedano ne' il suo male ne' di altri, ma del resto chi sono io per imporre qualsivoglia decisione? 
Buddy non è solo il mio cane, Buddy è un'amico sincero, un po' irrequieto e iperattivo si, ma impareggiabile. Buddy è una montagna di pelo colore del trench Burberry, con una morositas al posto del naso e gli occhi sfuggenti da erotomane, di un profondo nocciola e pagliuzze dorate. Buddy è il labrador a cui un pastore tedesco ha dovuto insegnare a nuotare, è il rincorritore di pecore e polli, è il cane che non gioca con la pallina ma la distrugge in 10 nano secondi o al limite la usa come chewingam, è il maniacale raccoglitore di bottiglie di plastica (e noi lo facevamo molto prima di sto tipetto gallese tale Tubby , vogliodì sapevatelo..), è l'improbabile cane che se lo chiami non viene ma ti gira il culo, pardon, la coda, a mo' di gatto, è quello che ti si struscia addosso quando esci dal portone per uscire appena docciata,truccata e pettinata, esattamente come un gatto, peccato pesi 35 Kg! E' il testone che fa boing boing col muso sulle più improbabili superfici morbide per testarne la morbidezza, anche nel caso in cui fosse la pancia di un diversamente magro, è il deficiente che immerge il naso nella ciotola stracolma d'acqua e facendo il sottomarino gonfia mille bolle d'acqua che esploderanno per terra. Ma è lui. Se io lo avessi ridotto ad un perfetto esemplare di canide educato e devoto, sarei stata la sua padrona, non la sua migliore amica..
 
 Io me lo ricordo il batticuore del messaggio in piena notte "Sono nati!", mi ricordo la mattina dopo undici galbanini con le zampe essere talmente piccoli da aver precluso qualsiasi movimento oltre la suzione, e gli occhi buoni di mamma Lucy vigilare su di loro e sorvegliarci nello stesso tempo. E poi l'attesa e le visite cadenzate, i bagni di cuccioli appena piegavi le ginocchia per accarezzare la più piccolina timida timida, la gioia, vera e totalizzante durante la telefonata "Dai dai, vieni a prenderlo che ormai son grandi!".
Tornavo da 5ore di danza, era il 26 Giugno del 2006, e quando guardai mio padre seduto al volante, lo vidi felice per "quello" che stavamo andando a prendere e preoccupato per le urla di mia madre, ma aveva un sorriso da ebete in volto. Quando arrivammo erano rimasti due maschietti. 
"Dai scegli.." 
"Non ce la faccio, F. Facciamo che il primo che mi viene in contro è mio?"
E il piccolo scalmanato sbaragliando il fratellino si buttava senza ritegno sui miei poveri stinchi..Ho toccato la felicità, era fatta di pelo e sapeva di cucciolo, di fiducia, di amicizia e di rispetto.
 Buddy è stancante, stressante, irruente, è difficile fare qualsiasi cosa con lui perchè non ascolta e fa letteralmente ciò che gli garba, quando e come decide, è vero, ma è lo stesso che quando mi vede piangere si fa serio, piega la testa e infila il muso sotto l'ascella che mi copre il viso per leccarmi le lacrime, o fa degli strani discorsi in una lingua tutta sua e io scoppio a ridere perchè è inevitabile, sfido chiunque. E' il cagnone che con i gattini appena nati nella sua cuccia, l'ha lasciata libera per mamma gatta e i piccoli, è il cane di cui mamma gatta si fida talmente tanto da partorirgli affianco, è il cane che gioca con i bambini a calcetto e si prende le coccole con pazienza, è l'unico che quando parto (non ho idea di come faccia!) ha gli occhi tristi e non mi si stacca di un passo, mentre quando arrivo temo sempre gli prenda un'infarto per la gioia, Argos'style..
Awwwwwww ho un puzzone come anima gemella!
Torno prestissimo amore mio..


                                                                                     Isotta

sabato 3 dicembre 2011

Questo post non ha ragione di esistere...

Lo dicevo nel post precedente che Dicembre per me è un mese speciale...                                                                   
                                                                                    Come oggi, cinque anni fa.
Il freddo di un Dicembre appena iniziato, si appiccicava alle parti del corpo scoperte. L'aria era appesantita da quella solita umidità che fa capolino appena il sole si tuffa nella bocca del vulcano, e guardando verso l'infinito che si apre dalla vista della villetta puoi respirare quell'attimo di passaggio dalla luce al buio, devi essere fortunato però. 


Succede tutto nell'arco di un battito di ciglia, e devi costringerti a tenere gli occhi aperti e fissi lungo la linea tre cielo e mare, nonostante il freddo di Dicembre li pizzichi, devi essere forte, sbarrare gli occhi per far si che quello spettacolo ci possa entrare tutto e colorarli di rosa, azzurro, arancione o le eventuali sfumature di cui decide di tingersi quel giorno. Quel pomeriggio ero uscita in ritardo, probabilmente qualche pagina in più da studiare. Le stradine erano deserte, ancora. Nessuno squillo sul mio cellulare, a significare che ancora nessuno era uscito di casa, probabilmente erano in ritardo anche loro. Ne approfittai per camminare lentamente, per assaporare l'odore del freddo, quell'odore di muschio verde, parassita di vecchi muri cadenti, fermi a testimoniare nel tempo un tempo che è stato, un passato probabilmente meglio di questo presente, se ancora il ricordo resiste e non si è dato pervinto allo scadere degli anni. Che sa di brividi, i brividi provocati dal venticello che scendendo dai dirupi delle ispide montagne, sostenitrici del paese alle spalle, raccoglie gli odori e te li alita in viso. Avevo il naso ghiacciato e le guance rosse, potevo vederlo nitidamente nelle vetrine che in questi anni mi hanno visto sotto la pelle di mia madre, bambina per mano a mio padre, e poi ragazza, in un susseguirsi di stagioni e cambi di pelle.
Arrivando in piazza, il buio delle viuzze è accecato dalle luci arancioni, a cui si sommano quelle colorate intrecciate negli aghi di pino delle ghirlande che confezionano la via principale, annunciando il Natale. Mentre mi dirigevo verso la fontana centrale alla piazza a prendere il solito sorso d'acqua, non incontrai nessuno della mia compagnia, e rassegnata piegavo verso casa dei nonni. Dopo qualche chiacchiera vicino al calore del fuoco, il mio telefono tornava a rianimarsi, e finalmente la mia giornata avrebbe dato un senso al batticuore. Aveva gli occhi piccoli e le guance rosse ma non per il freddo, continuava a ridacchiare e io pensavo a quante fosse stupido ed immaturo, molto tempo dopo arriverò a capire a quanto lo sono stata io, ed a quanto un bicchiere in più di vino possa farti commettere sbagli, nonostante non sia stata nemmeno tu a berlo.
Non era il solito, ovviamente. Mi toccava i capelli mentre parlavo con le altre persone, mi teneva al riparo dal vento che ci inseguiva da dietro, coprendomi copletamente le spalle con la sua altezza e il giubotto pesante che lo faceva ancora più grosso, mi chiedeva di sedermi vicino a lui. Ed io ero una stupida, lo sono ancora. Ora credo che ho scambiato l'alcol con qualcosa che non è mai esistito. 
Il calore del mio corpo riscaldava le sue mani infreddolite, continuava ad accarezzarmi la pancia ed i fianchi, sotto il cappotto, a giocherellare con il fiocco che i laccetti di uno scaldacuore di lana formavano dietro la schiena. Non eravamo mai stati vicini in quel modo, lui si era sempre tenuto a debita distanza ed io mi ero sempre adeguata senza sbilanciarmi mai. Avevo resistito a non cadere da cavallo, mi ero aggrappata alle redini nonostante il galoppo mi facesse sobbalzare e non avevo più forza di reggere la presa. Poi ad un certo punto ho mollato, e sono finita in un pozzo scuro che ancora mi vede precipitare. Ho ceduto a quell'altra Isotta, ed ho sbgliato. Le campane della chiesa davano ragione alle lancette del mio orologio, era ora di cena, e mio padre l'unica cosa che non sopporta è che si arrivi in ritardo a tavola, e mai avrei fatto qualcosa che postesse lontanamente infastidire il mio amato papà. Mi alzai per andare via, ma lui mi disse di aspettare, che andava dalla stessa parte e mi avrebbe accompagnata. Avevo il cuore in gola, perchè nonostante l'avessimo fatto tante altre volte da amici, quella sera non mi sembrava la stessa cosa. Ripercorrendo al contrario la strada verso casa si passa dalla luce al buio, il buio che c'è nella mia testa ripensando a quei momenti, non ricordo come siano andate le cose, ricordo solo le sensazioni ed un ronzio nelle orecchie. Forse la sua mano ha preso la mia, o forse mi ha abbracciata, o forse sono stata io a mettermi sulle punte per arrivare più vicino al suo viso, il fatto è che ci siamo incontrati sulla soglia di un bacio. E il mio cuore deve aver perso un battito nel momento in cui le mie labbra hanno toccato le sue, e ancora non l'ho recuperato. Sono letteralmente scappata verso casa con la sua voce che mi diceva di aspettare un attimo, e a metà strada mi sono dovuta fermare un secondo, appoggiata al muro coi mattoni rossi e le parietarie, a riprendere fiato per la corsa e il filo logico dei pensieri. La prima cosa che mi è venuta in mente di fare è stato scrivergli un messaggio:
"Siamo degli stronzi."
Avevo totalmente ragione.
                                                                                      Isotta

martedì 27 settembre 2011

Il cordone ombelicale non esiste.



Se chiudo gli occhi e mi isolo un po' sento il profumo della crema, il cofanetto aprirsi roteando tra le mani, l'acqua che sgorga fresca dal rubinetto e i raggi arancioni che bucano i vetri, i pennelli e gli ombretti, i fard ed i rossetti. E' che lì seduta io ci sarei stata per ore, ipnotizzata dal sapore che avrebbe avuto il momento in cui sarei stata io, ad indossare un bel vestito, i tacchi alti, un profumo buono come il tuo, ad assomigliare a te. Ed ho ancora tra le mani i boccoli di lunghi capelli neri, il tintinnio nelle orecchie di grandi orecchini, i capelli sistemati, la guancia sporca di rossetto e il sorriso così alto da costringermi a socchiudere gli occhi. L'ho sempre vista quell'eleganza naturale scambiata per snobbismo, sbattuta in faccia così tante volte che alla fine forse è stata assorbita, che ti ha portata così lontano, sul tuo piedistallo immaginario di cristallo senza sbavature, dove l'impronta di una manina non è tollerabile e non esiste che il dover-saper-essere /fare-qualcuno-qualcosa. Sola e lontana, troppo orgogliosa per stringere tra le braccia, troppo severa per concepire uno sbaglio, troppo testarda per mollare il colpo, riconoscersi allo specchio vedendosi diversa.
Non so come si possa ingabbiare lontano chi hai tenuto sotto la pelle, non so come si possa essere così distanti da chi è stato la tua casa, la tua fonte di vita, ma mi viene così naturale non volerlo essere per nessuno. E' scontato.
Il mio dolore è un buco nero sentimentale, una voragine, sottovalutata da chi non aveva diritto di sottovalutare, ma il dovere di non farlo, che ha risucchiato me, e senza saziarsi chiede ancora, e ancora, brama, anela, semplicemente affetto. E non può darne. Non può neanche immaginare di farlo. Ma vorrebbe.

Ad ogni modo, auguri.

                                                                         Isotta

martedì 5 luglio 2011

Alla ricerca dei pinoli perduti..

Mentre ero sotto la doccia mi è venuto in mente che il 9 sarà il suo compleanno. Sarebbe il primo anno, dopo quattro, che non organizzo la sua festa.
Lo scorso anno, dopo svariate, supplichevoli richieste, sapientemente lasciate cadere nel vuoto dalla sottoscritta, ho deciso di sorprenderlo e preparare oltre alla torta di compleanno, uno strudel tutto per lui, visto che era un suo desiderio! Mi sono messa a cercare la miglior ricetta, ma richiedeva, per un buon risultato, un'esperienza che io non ho, quindi mi son buttata su una versione easy della Benedetta Parodi di CottoEMangiato. Pasta Sfoglia già pronta, lavi sbucci e tagli a cubetti un paio di mele, le sbatacchi nella pasta sfoglia assieme alla confettura di tuo gradimento, uvetta, pinoli.. Cazz i pinoli mi son dimenticata! Corro al supermercato. Tra gli ingredienti per dolci niente, assieme ad arachidi e roba varia nulla, giravo per gli scaffali come una trottola ma di pinoli nemmeno l'ombra. Ok chiedo altrimenti non esco più da qua dentro:
"Salve, sto cercando i pinoli ma non riesco a trovarli, in che reparto devo guardare?"
"I pinoli, ah si.. vieni con me" mi risponde un commesso alto e magrissimo ed iniziamo a dirigerci verso i pinoli. Andiamo al reparto frutta, a quello della carne, passando per il panificio ed il banco frigo pure. Il tizio sembra disorientato ma continua a camminare spedito ed io lo seguo, sembriamo lui Packman e io uno dei fantasmini cattivi che se lo vuole mangiare. Compare un'altra cassiera, Packman le si tuffa incontro, la acciuffa per un braccio e le fa:
"Oh questa qua (che sarei io!!!) vuole i pinoli..sai mica cosa sono i PINOLI ? "
Isotta -------> O.O
No ma scusa ho capito bene, questo non sa manco cosa siano i pinoli e mi faceva da Cicerone al supermercato, ma che pensava che se li chiamava "pinoli..pinoli..pinolini dove siete??" sarebbero sbucati fuori da soli? o si immaginava un'insegna, una freccia rossa, luminosa, lampeggiante ed una voce metallica che urla "per i pinoli la prima uscita a destra, sotto i carciofini.."  ???
Ero allibita, non sapevo se prenderlo a manganellate con un Galbanino o scoppiare a ridere.. ho optato per la seconda. Ma dai come si fa a non sapere cosa siano i pinoli ?! Assurdo.
Ad ogni modo sono riuscita a trovare sti pinoli che erano vicino alle casse, ed a portare a termine la sorpresa che è riuscita e pare pure con esito più che positivo. 
E' passato già un anno.
Ho paura che il soffio delle candeline possa buttar giù con troppa facilità quella flebile parvenza di nonchiamoperchènonricordomancocometichiami , anche perchè sto per tornare a casa e la valigia è bella che pronta. Succede che ogni volta che litighiamo potremmo piantarci un coltello nelle rispettive schiene, senza rimorsi, ma succede anche che dopo le sfuriate, le urla e il rancore, ci riavviciniamo. Mi basta toccargli il braccio per sbaglio o che lui mi guardi fisso per più di dieci secondi che ecco che i poli delle nostre calamite si scombinano e se prima pareva esserci un muro di gomma indistruttibile a rimandarci indietro ad ogni tentativo di avvicinarci, come due poli negativi, ora il magnetismo ci spinge l'uno verso l'altra e non c'è forza di volontà che tenga per riuscire a starci lontani. 
Gli opposti si attraggono, e credetemi che non c'è nessuno più opposto di noi, il problema è che non durano..sani di mente almeno!
Quanto sia poco credibile il mio stato di disinteressata si deduce da questo post no ?

                                                                                Isotta.

mercoledì 22 giugno 2011

Finalmente sei qui..

Il verde smeraldo che sporca l'azzurro del cielo, la pelle rossa che diventa dorata, la sabbia sotto i piedi ed il solletico della schiuma, il brivido appena ci si tuffa, il sale che secca i capelli, la crema protettiva e poi l'olio abbronzante, l'odore delle sere d'estate, i vestiti corti e la faccia struccata, le lucciole e le zanzare, mille gusti di gelato, la frutta che esplode di vita, gli aperitivi e l'arancio al tramonto, sandali altissimi, la notte infinita sotto le stelle, i tormentoni e i balli che durano una stagione, le mattine assonnate, i mercati brulicanti, le chiacchiere da ombrellone, i fuochi d'artificio sul mare, le feste di paese, gli amici riuniti, e le tavolate sempre troppo corte, i cocktail ghiacciati dopo aver ballato per ore, i tuffi, i falò e i bagni di mezzanotte..la vita vera, quella divorata, assaporata, goduta, improduttiva ma che rigenera, strabordante e necessaria..
Vorrei vivere in un'estate perenne, sentirmi libera come ci si sente solo in vacanza!
Abito abitavo a 40Km dal mare, il primo bagno lo facevo l'ultima domenica di Aprile e l'ultimo la prima di Ottobre, prima di partire, prima del tempo brutto a fine Giugno, prima dei doveri, delle scadenze, la mia estate durava quasi metà anno!
Non vedo l'ora di tornare a casa..
Buon solstizio/inizio d'estate a tutti, che possa essere come la desiderate!!!

                                                                              Isotta

giovedì 9 giugno 2011

Waiting for the Bus...

Stamattina sono uscita presto di casa,anche se ero in ritardo per l'esame, era comunque presto per me; l'aria era umida e un leggero venticello faceva increspare la pelle di brividi. Come sempre quando sei in ritardo tutto sembra andare a rallentatore, guardando in lontananza era ben visibile tra la fila di auto la sagoma ingombrante ed arancione tipica dei bus, scrutavo nell'attesa di vederlo sempre più vicino ma niente, mi fissava immobile. Le mie mani erano gelate come in inverno, nessuno senza il calendario a confermarlo avrebbe detto di essere a giugno, avrebbe giurato fosse novembre piuttosto. Infilo le mani in tasca a racimolare un po' di tepore, nella destra trovo dei pezzettini di qualcosa. Sembra plastica, provo a tastare per cercare di capire meglio di cosa si tratta. Sembrano tanti quadratini ma non riesco davvero a capire cosa siano e poi la sera prima non c'erano, ne sono certa, altrimenti appendendo i vestiti alla spalliera della sedia/armadio, come ogni sera, quei pezzettini di non so che si sarebbero sparsi in bella mostra sul pavimento della camera. Faccio attenzione, li raggruppo nella mano e serro bene il pugno perchè non voglio perderne nemmeno uno, non vorrei dovermi pentire di un gesto frettoloso.
Schiudo il pugno, la mano aperta all'altezza dell'ombelico, i capelli mi pendono ai lati del viso e il vento li fa sparpagliare per questo mi prude il naso.
Due cerchietti di legno, una pallina argentata, e cinque quadratini bianchi, su quattro lettere colorate, su uno un cuore rosso. Li guardo, mi ricordo quando quelle lettere erano solo lettere da infilare in un bracciale o nel nostro caso un portachiavi, bianchi quadratini di plastica che quando li fai mettere assieme acquistano senso, un valore, a cui leghi un'idea e che continui a portarti in giro nonostante le vicissitudini, perchè credi che certe cose non cambiano, aldilà di quello che accade, alcune cose durano. Finchè una mattina infili una mano nei jeans e trovi quel che resta dei quadratini bianchi, delle palline argentate e dei cerchietti di legno, che non legati ad un filo sono solo lettere, ed allora capisci che non è un caso se succede, che si è rotto ben più di un portachiavi, si è rotto qualcosa che non si può ricostruire, nonostante la pazienza, nonostante la voglia ed il desiderio di farlo, semplicemente è tempo di andare, di lasciar andare.
Tiro su con il naso, rimetto tutto in tasca, il vento secca il percorso che una lacrima si è scavata nel fondotinta.
Salgo sull'autobus.

                                                                                 Isotta.

domenica 29 maggio 2011

Sunday Mornig..


Il locale è pieno di gente, luci soffuse, bella musica, al lungo bancone nero quasi ci vuole il numerino per prendere da bere, fortunatamente le ragazze avevano prenotato altrimenti col piffero che avremmo avuto il tavolo.
Mi distraggo a guardare quella gente in tiro che lancia occhiate ed ammiccamenti a destra ed a sinistra, in cerca, chi di qualche nuova conoscenza, chi del grande amore chi semplicemente un' amico/a per la notte. E poi eccolo lì, è splendido ma non sembra accorgersene, non lo avevo notato fin'ora, come ho potuto? Aspetta il suo turno al bancone, una gamba tesa per mantenere l'equilibrio, l'altra piegata, per via del piede puntato sulla barra che si trova in mezzo a quelle dello sgabello, è leggermente curvo su se stesso, gli avambracci appoggiati sulle cosce, giocherella con lo scontrino tra le mani, è sexy, tremendamente sexy, sospiro. Le ragazze mi hanno vista imbambolata ed iniziano con le battutine, puntualmente seguite dai tipici gridolini che sanno di alcol, sorrido ma torno a guardarlo, non posso smettere. Tutto quel vociare donnifero avrà attirato la sua attenzione, ci ha guardate, io mi volto verso di loro ma hanno già ripreso a brindare, non se ne sono nemmeno accorte, mi ri-volto verso di lui che sta ancora a guardare nella nostra direzione. Mi fissa un secondo negli occhi, io penso oddio si sarà accorto che è mezz'ora che ci fantastico su, guardandolo come se imparando a memoria il suo aspetto potessi riprodurmelo home-made, si starà chiedendo se sono una stalker probabilmente. Forse avrà letto i pensieri nella nuvoletta che si forma quando i personaggi dei fumetti pensano, perchè è scoppiato a ridere, e cacchio è ancora più bello, come se fosse possibile! Gli sorrido, un po' incerta ed eccolo che si alza in piedi, oddio o me mena o mi ha scambiato per sua sorella.

"Scusa non è che potresti rifare la faccia di un attimo fa, troppo divertente"
O.O "Ehm, mi prendi giro o mi stai offendendo?"
"Avresti preferito, ciao bella come va? Non credo, io sono .. Sbam sbam
No ma che fai, ma perchè sbatti la testa contro il tavolino??Capisco essere originali,ma così mi pare eccessivo!! Sbam sbam..
No aspè ma forse..
Sbam sbam..

Impreco in Aramaico nel momento in cui realizzo, nell'ordine, che:
1. Non ero vestita, truccata ed acconciata di tutto punto, ma struccata e col pigiama.
2. Che ero al buio nel letto e qualcuno mi stava buttando giù la porta.
3. Che dato che non era suonata la sveglia non era il momento di svegliarmi, ma qualcuno per qualche ragione sconosciuta lo stava facendo.
4. Che tutto era stato un collage meraviglioso (grazie sbronza!) tra la sera appena trascorsa e i miei film mentali alla Ally McBeal, che altrimenti il tizio non si sarebbe potuto interessare a me.
5. E che era finito. Avrei voluto continuare a dormire, a sognare ed a sentirmi protagonista di una favola

"Sono C. c'è quello che consegna i pacchi che ti sta aspettando giù davanti al cancello."
Con una voce da oltretomba ho sbiascicato un "arrivo", ho infilato una maglietta e i pantaloncini e mi sono precipitata.
Che bella domenica mattina! Avevo provato a ri-addormentarmi ma niente, l'adrenalina che lo spavento del sentirsi buttar giù la porta ha prodotto rende praticamente impossibile rimettersi a dormire. Okay apro il pacco, chissà cosa mi han mandato!!
Per chi non lo sapesse io sono un' emigrata, una calabrese che si è trasferita al nord per l'università, e come ogni buon calabrese emigrato che si rispetti, ogni tanto WonderMommy e Nonna infilano un 30 Kg di roba in uno scatolone e spediscono. Ovviamente vi immaginate soppressate,'nuja, formaggi e peperoncino, ma quando dico di essere atipica una ragione c'è; credo di essere l'unica calabrese nel mondo a non sapere nemmeno che gusto abbiano queste cose, non le ho mai
assaggiate in vita mia, mi hanno sempre fatto ribrezzo, non mangio piccante, odio le cipolle, sono vegetariana, insomma diciamo che non sono proprio un prodotto D.O.C. !
Nel mio pacco c'è pasta Barilla, riso Scotti (sappiate che io studio nella patria del riso Scotti: Pavia), purè Pfanny istantaneo, olive Saclà, alla faccia del cibo a Km 0 ed è inutile che gli spieghi quanto spreco ci sia in questa macabra visione che al nord non esistano supermercati! La giustificazione è che invece di andare a comprarla e quindi di stancare le mie povere braccina indifese, mi arriva tutto direttamente in dispensa.. -.-
Poi però prendo una busta, la apro e trovo i miei dolcetti preferiti, le cioccolate che prendo sempre al bar dei nonni, le patatine che prediligo ed un biglietto:

 Questo è il periodo più brutto,
un pò delle tue schifezze ti tireranno su il morale,
e ce la farai come sempre.
Con amore, da tutti noi.

 E allora capisci che non è che pensano che tu stia studiando in Burundi, ma che cercano sempre, instancabilmente e per l'ennesima volta di aiutarti, di rendere tutto meno brutto e più sopportabile. Che si sentono appagati mandandoti un pacco con la spesa dentro, perchè hanno fatto qualcosa per te, si sono resi utili, e nonostante 1200 Km siamo vicini, e che dovunque dovessi mai andare, fosse anche il Burundi, lo saremmo sempre ed anche lì avrei le mie schifezze preferite. Occhi gonfi di lacrime e cuore di nostalgia.

A noi calabresi mandano "il pacco" , perchè qualsiasi cosa ci sia dentro, quando lo scarti, ti arriva un’ondata di "casa".. E non ti dimentichi mai di volerci tornare.
        
                                                                                                       Isotta.