Il sole entra con prepotenza dalla terrazza spalancata, se ne infischia che Settembre finisce.
Ho un post scanzonato da pubblicare ma non ho voglia.
Le ore del mattino mi scivolano dagli occhi chiusi e le giornate arrivano alla fine senza aver prodotto niente.
Quanto lo desideravo questo tempo libero mentro ero chiusa nello scantinato dell'università che chiamano laboratorio di chimica farmaceutica.
Sembrano passati secoli ma di mezzo c'è solo un'estate vissuta a fondo.
Eppure è passata così in fretta la sensazione del mare sulla pelle.
Ora voglio le trame pesanti e i cappelli, ma non vengo assecondata. Qui intorno tutto dice vita, io voglio il letargo.
Il buon umore mi abbandona esattamente come la bella stagione e, puntualmente, i miei mostri escono dai plaid puliti.
E' sabato e sono giovane e libera. Ma devo riposare e non intendo fare altro che starmene a letto a rimuginare e disilludermi.
Non ti aspettavo così presto, avevo sperato in qualche altro giorno di sole.
Isotta
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sabato 28 settembre 2013
Non ti aspettavo così presto
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venerdì 12 aprile 2013
Impotenza.
Vorrei scrivere qualcosa di toccante, di talmente profondo da colmare le distanze che ho lasciato tra me e queste pagine bianche.
Non avrei mai voluto essere di nuovo qui, eppure eccomi. La verità è che per un po' sono stata bene. Bene è un parolone per quelli come me.
Le mie dita non fremevano sopra i tasti perchè in viso non c'erano lacrime, e se, comunque, nemmeno un sorriso, almeno non lacrime.
Un Natale, un compleanno ed una Pasqua, ecco quanto è duraturo il mio stare bene.
Giusto il tempo di poterlo realizzare e poi di nuovo vederlo schiantare sull'asfalto. Cosa cambia non lo so, e se lo sapessi probabilmente non esisterebbe più, vi porrei rimedio, dando per scontato di averne le capacità.
Adesso sono qui, probabile che per quante volte mi vedrete sparire, altrettante ritornerò.
Qualcosa nella mia vita è cambiato, ho finito gli esami, sono quasi finiti quattro mesi di internato, ho cambiato colore di capelli e profumo. Tuttavia sono sempre io, ed è con questo che faccio i conti, la sera.
Mi aggrappo alle scadenze, come se fossero svolte epocali pronte a donarmi un cambiamento talmente radicale da stravolgermi la vita. Così, ogni volta di più, sbatto contro il fatto che niente cambierà mai, finchè non cambierò io.
L'orologio fa tic-tac. Credo che il fallimento sia essere esattamente quello che ti eri ripromessa di non essere.
A Luglio prenderò una laurea di cui non mi è importato niente e di cui non mi importerà niente, poi che ne sarà di me?
Ho così tanto aspettato di poter ritornare finalmente a casa, al Paesello. Sarà l'ennesima delusione? Credo proprio di si.
Finirò ad essere chi? Io senza libri non sono nessuno. Per paura sposerò l'uomo da cui cerco da troppo tempo disperatamente di allontanarmi, ma di cui non posso fare a meno visto che è l'unico essere umano, a prescindere dal fatto che la stima che provo nei suoi confronti non è in grado di classificarlo tale, un vermetto, al massimo, senza offesa per i vermetti, a degnarsi di starmi accanto, senza capirmi o voler sforzarsi di farlo, suppongo, ma ci si accontenta.
Allora eccomi qua, nel brodo lamentoso in cui mi piace tanto crogiolarmi.
Domani passa, ma oggi avevo voglia di tornare.
Aspetto qui, qualcosa.
Isotta
Non avrei mai voluto essere di nuovo qui, eppure eccomi. La verità è che per un po' sono stata bene. Bene è un parolone per quelli come me.
Le mie dita non fremevano sopra i tasti perchè in viso non c'erano lacrime, e se, comunque, nemmeno un sorriso, almeno non lacrime.
Un Natale, un compleanno ed una Pasqua, ecco quanto è duraturo il mio stare bene.
Giusto il tempo di poterlo realizzare e poi di nuovo vederlo schiantare sull'asfalto. Cosa cambia non lo so, e se lo sapessi probabilmente non esisterebbe più, vi porrei rimedio, dando per scontato di averne le capacità.
Adesso sono qui, probabile che per quante volte mi vedrete sparire, altrettante ritornerò.
Qualcosa nella mia vita è cambiato, ho finito gli esami, sono quasi finiti quattro mesi di internato, ho cambiato colore di capelli e profumo. Tuttavia sono sempre io, ed è con questo che faccio i conti, la sera.
Mi aggrappo alle scadenze, come se fossero svolte epocali pronte a donarmi un cambiamento talmente radicale da stravolgermi la vita. Così, ogni volta di più, sbatto contro il fatto che niente cambierà mai, finchè non cambierò io.
L'orologio fa tic-tac. Credo che il fallimento sia essere esattamente quello che ti eri ripromessa di non essere.
A Luglio prenderò una laurea di cui non mi è importato niente e di cui non mi importerà niente, poi che ne sarà di me?
Ho così tanto aspettato di poter ritornare finalmente a casa, al Paesello. Sarà l'ennesima delusione? Credo proprio di si.
Finirò ad essere chi? Io senza libri non sono nessuno. Per paura sposerò l'uomo da cui cerco da troppo tempo disperatamente di allontanarmi, ma di cui non posso fare a meno visto che è l'unico essere umano, a prescindere dal fatto che la stima che provo nei suoi confronti non è in grado di classificarlo tale, un vermetto, al massimo, senza offesa per i vermetti, a degnarsi di starmi accanto, senza capirmi o voler sforzarsi di farlo, suppongo, ma ci si accontenta.
Allora eccomi qua, nel brodo lamentoso in cui mi piace tanto crogiolarmi.
Domani passa, ma oggi avevo voglia di tornare.
Aspetto qui, qualcosa.
Isotta
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Schifo
martedì 27 novembre 2012
Sprazzi di ricordi.
L'odore del dopobarba di mio padre potrei riconoscerlo tra la popolazione mondiale. No, non il profumo, ma l'odore che ne viene fuori quando si mischia a quello della sua pelle. Gli stavo spalmata addosso quando lui era seduto su una delle due poltrone del salotto buono, quello che è accessibile solo la domenica o per le feste, Natale, Pasqua, i compleanni dei nonni, anche gli onomastici, a dire il vero, erano da festeggiare a casa loro. Tutt'intorno le voci degli adulti, l'argomento preferito, quello di cui non si stancavano, stancano ancora adesso, mai, ad animarle. A casa dei nonni paterni è tutto un parlare di calcio, i figli, le figlie i generi e le nuore, i nipoti grandi e quelli piccoli, i nonni stessi.
Mio padre è il quinto di sei figli, l'ultimo maschio, il piccolino che le due sorelle più grandi usavano come bambolotto e a cui così facevano anche da mammine. Quando poi è nata l'ultima davvero, allora le attenzioni sono irrimediabilmente ricadute su di lei, ma la distanza nel tempo non avrà di sicuro permesso a mio padre di rattristarsi, anzi, di godersi un po' più la sua adoloscenza da non più ultimo e iperprotetto. Gli altri due maschi il maggiore, e quello che a mio padre passa solo tre anni tendono a battibeccarsi più degli altri, per motivi che tutti possiamo immaginare. Era bello sentirli parlare.
In tutto adesso siamo tredici nipoti, ma quando io ero piccola eravamo solo sei. Andavano a combinare disastri nelle stanze lontane, quelle che per arrivarci bisognava attraversare un corridoio buio col marmo grigio. Trascinavo i piedi invece di sollevarli, e sotto le suole ogni tanto si avvertiva una resistenza, un segnale, quando la gomma delle scarpe incontrava il bordo di un marmo non perfettamente ad incastro. Mia madre mi tirava da un braccio e io tenevo gli occhi chiusi. Poi mi spingeva sulla soglia e diceva "Isotta vuole giocare con voi." Ma non era vero, Isotta voleva stare dove stava, che anche a cinque anni se hai un tipo di carattere con gli adulti ti ci trovi meglio o , più probabilmente, non mi piacevano i bambini già da quando lo ero io stessa.
Allora mi sedevo sulla sedia affianco all'armadio e dondolavo le gambe, scoordinate, tenevo le manine sotto le cosce, coi palmi piantati nel fondo in paglia, puntualmente poi ne rimanevano i segni. Guardavo i piedi comparire uno alla volta e ogni due contavo uno.
I miei cugini si dicevano cose nell'orecchio e poi ridevano, alcune volte facevano fare delle prove di coraggio ai più piccoli, cose come andare in cucina e rubare la bottiglia della coca-cola, le patatine o che so io. Io non ci sarei mai andata, non mi è mai piaciuto prendere le cose di nascosto ai grandi o forse avendo i miei nonni materni un bar, in cui mi era possibile accedere a qualsivoglia schifezza, senza nessuna limitazione, non capivo appieno il fascino di quell'esperienza, l'adrenalina di quel gioco.
Destro, sinistro. Uno
Destro, sinistro. Due
Tre, quattro, otto. All'otto ricominciavo da capo. Per otto volte.
Destro,Pim.
Sinistro,Pum.
Un salto a piedi uniti per scendere dalla sedia, Pam.
Correvo via, attraversando di corsa il corridoio. Era il lasso di tempo perfetto a non destare sospetti, troppo lungo per non aver partecipato ai giochi, troppo corto per far incuriosire gli altri e venire a vedere il mio cambiamento. Quello che avrebbero visto sarebbe stato unicamente la conferma di un dubbio.
Mi chiedevano se avessi giocato con gli altri e rispondevo sempre si. Quando gli adulti vogliono una cosa, la vogliono e basta, non importa quanto tu invece ne sia lontata e chiaramente infastidita. O almeno, così era mia madre.
La mediazione tra il mio volere e quello degli altri, avevo capito essere le piccole bugie. Innoque, dette a fin di bene, quelle mezze verità per non ferire, non turbare, non far arrabbiare, evitare le urla e la disapprovazione, sembrava accettabile infondo, scambiarle con la frustazione e la tristezza. Ma le piccole bugie si sommano e crescono, fanno l'abitudine, tanto da spuntare fuori all'occorrenza, senza controllo, come munite di vita propria, precise, credibili, azzeccate, in ogni situazione critica. Talmente affezionate, abituate, cresciute, da perderne il controllo, e da insolenti senza scrupoli quali sono, finirne con il diventarne il mezzo attraverso il quale si esprimono,
il gioco che si ribella al suo sviluppatore, un virus che subdolo si insinua nella cellula, che infinitesimale ma potente finisce per farle replicare il suo di genoma, invece che l'autoctono, e la cellula si ritrova così, inghiottita dal volere suo ospite, senza connotati.
Le bugie sono serpi che ti si rivoltano contro.
Isotta
Mio padre è il quinto di sei figli, l'ultimo maschio, il piccolino che le due sorelle più grandi usavano come bambolotto e a cui così facevano anche da mammine. Quando poi è nata l'ultima davvero, allora le attenzioni sono irrimediabilmente ricadute su di lei, ma la distanza nel tempo non avrà di sicuro permesso a mio padre di rattristarsi, anzi, di godersi un po' più la sua adoloscenza da non più ultimo e iperprotetto. Gli altri due maschi il maggiore, e quello che a mio padre passa solo tre anni tendono a battibeccarsi più degli altri, per motivi che tutti possiamo immaginare. Era bello sentirli parlare.
In tutto adesso siamo tredici nipoti, ma quando io ero piccola eravamo solo sei. Andavano a combinare disastri nelle stanze lontane, quelle che per arrivarci bisognava attraversare un corridoio buio col marmo grigio. Trascinavo i piedi invece di sollevarli, e sotto le suole ogni tanto si avvertiva una resistenza, un segnale, quando la gomma delle scarpe incontrava il bordo di un marmo non perfettamente ad incastro. Mia madre mi tirava da un braccio e io tenevo gli occhi chiusi. Poi mi spingeva sulla soglia e diceva "Isotta vuole giocare con voi." Ma non era vero, Isotta voleva stare dove stava, che anche a cinque anni se hai un tipo di carattere con gli adulti ti ci trovi meglio o , più probabilmente, non mi piacevano i bambini già da quando lo ero io stessa.
Allora mi sedevo sulla sedia affianco all'armadio e dondolavo le gambe, scoordinate, tenevo le manine sotto le cosce, coi palmi piantati nel fondo in paglia, puntualmente poi ne rimanevano i segni. Guardavo i piedi comparire uno alla volta e ogni due contavo uno.
I miei cugini si dicevano cose nell'orecchio e poi ridevano, alcune volte facevano fare delle prove di coraggio ai più piccoli, cose come andare in cucina e rubare la bottiglia della coca-cola, le patatine o che so io. Io non ci sarei mai andata, non mi è mai piaciuto prendere le cose di nascosto ai grandi o forse avendo i miei nonni materni un bar, in cui mi era possibile accedere a qualsivoglia schifezza, senza nessuna limitazione, non capivo appieno il fascino di quell'esperienza, l'adrenalina di quel gioco.
Destro, sinistro. Uno
Destro, sinistro. Due
Tre, quattro, otto. All'otto ricominciavo da capo. Per otto volte.
Destro,Pim.
Sinistro,Pum.
Un salto a piedi uniti per scendere dalla sedia, Pam.
Correvo via, attraversando di corsa il corridoio. Era il lasso di tempo perfetto a non destare sospetti, troppo lungo per non aver partecipato ai giochi, troppo corto per far incuriosire gli altri e venire a vedere il mio cambiamento. Quello che avrebbero visto sarebbe stato unicamente la conferma di un dubbio.
Mi chiedevano se avessi giocato con gli altri e rispondevo sempre si. Quando gli adulti vogliono una cosa, la vogliono e basta, non importa quanto tu invece ne sia lontata e chiaramente infastidita. O almeno, così era mia madre.
La mediazione tra il mio volere e quello degli altri, avevo capito essere le piccole bugie. Innoque, dette a fin di bene, quelle mezze verità per non ferire, non turbare, non far arrabbiare, evitare le urla e la disapprovazione, sembrava accettabile infondo, scambiarle con la frustazione e la tristezza. Ma le piccole bugie si sommano e crescono, fanno l'abitudine, tanto da spuntare fuori all'occorrenza, senza controllo, come munite di vita propria, precise, credibili, azzeccate, in ogni situazione critica. Talmente affezionate, abituate, cresciute, da perderne il controllo, e da insolenti senza scrupoli quali sono, finirne con il diventarne il mezzo attraverso il quale si esprimono,
il gioco che si ribella al suo sviluppatore, un virus che subdolo si insinua nella cellula, che infinitesimale ma potente finisce per farle replicare il suo di genoma, invece che l'autoctono, e la cellula si ritrova così, inghiottita dal volere suo ospite, senza connotati.
Le bugie sono serpi che ti si rivoltano contro.
Isotta
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martedì 13 novembre 2012
La Vita è un' Aguzzina.
Il fumo saliva
denso arrampicandosi all'aria stagnate, tesseva una ragnatela sinuosa per poi
sparire nell'afa dell'ultimo piano. Il buio attorno, il bruciore intermittente,
tenuto in vita dalle inspirazioni, lunghe e cadenzate di una bocca senza più
parole.
Le tapparelle
abbassate lasciavano sullo spazio tutto intorno le tinte del nero, traforato da
puntini di luce che sfruttando lo spazio, non chiuso a dovere, rendevano la
situazione ancora più irreale.
Se ne stava dietro
uno di quei buchi, le ginocchia strette al petto e la schiena curva, il
tramonto le colpiva l'occhio con cui era intenta ad osservare fuori. Assaporava
ogni boccata di nicotina, trattenendo il respiro un attimo in più del dovuto,
tanto da far lacrimare gli occhi e accelerare i battiti. I tetti sembravano più
rossi del solito, mentre dalla stradina arrivavano le voci della gente. Un
ragazzo parlava al telefono di cose che probabilmente non provava sul serio ma
che sarebbe valse un appuntamento o, nel caso avesse giocato bene le sue carte,
qualcosa di più, la visuale limitata tuttavia non le permetteva di scorgerne la
figura, si limitò ad immaginare l’aspetto.
Due bambine
facevano su e giù per il percorso consentitogli dai genitori, sui pattini a
rotelle, cantavano a squarciagola una canzone famigliare fino allo sfinimento,
parlava di fiori e pesci rossi. Dal balcone di fronte, spalancato, era
possibile vedere la signora preparare la cena, si sentivano i rumori tipici
delle cucine, le posate e i bicchieri sistemati sul tavolo, la teglia che entra
nel forno, il frigo che si apre e verrà chiuso per l'ennesima volta, la si
sente rispondere alla domande del quiz in tivù, spesso sbagliando le risposte,
fa tenerezza e un po' di pena, invidia.
Quante ore sarà
stata nella stessa posizione? A giudicare dalla sensazione di anestesia
generale almeno un paio. L'unica parte che avvertiva del suo corpo era la
testa, ne sentiva il peso, ma non ricadeva su niente. Non aveva più le gambe,
le braccia, un tronco, spariti, ingoiati dal buio. Una volta aveva sentito dire
che quella strana sensazione è una forma di ipnosi. Che ci si concentra così
tanto su un'area specifica del corpo, tanto da dimenticare il resto, lasciarlo
indietro, addirittura furono condotte delle operazioni senza anestesia grazie a
questa tecnica, diceva il servizio. Come avrebbe voluto potesse funzionare
altrettanto bene coi ricordi. Le succedeva anche da bambina, quando dopo aver
finito i compiti prendeva la sediolina, le cuffie e si piazzava davanti al
televisore, guardava i cartoni animati per ore, per ingannare il tempo e la
mancanza, in attesa che tornassero i genitori dai rispettivi luoghi di lavoro.
Quando finivano le trasmissioni, era come svegliarsi da una trance e non
ricordava nulla, oltre a non avvertire le estremità.
Non ricordava se
aveva mangiato o se avesse detto qualcosa o se si fosse spostata per fare pipì
magari, niente. Sorrise serrando la mascella.
Aveva gli occhi
gonfi e striati dal rosso intenso dei capillari sotto sforzo, le doleva
immediatamente dietro i bulbi oculari, un dolore pungente e materiale di cui si
compiacque. Finita la sigaretta, lasciò cadere quello che ne rimaneva accanto
alla cenere, che nel consumarsi aveva prodotto. "Ecco il tuo posto"
sentenziò con fare solenne per poi scoppiare a ridere forte. Una risata lunga,
esagerata, che tuonava nella casa vuota, rimbalzando di parete in parete,
prepotente, sfacciata, inopportuna, falsa, talmente falsa da portarsi dietro
come un fedele amico a quattro zampe, un cappio per la gola, che annoda,
affoga, agogna fino a farti tossire, forte, forte, il viso paonazzo e la saliva
immobile a toglierti la salvezza di un respiro che in realtà si trasforma in un
rigurgito. Il vomito amico. Di vecchia data.
Provava pena per
se stessa, mucchio d'ossa abbandonato su un pavimento costoso imbrattato da
mozziconi e rigurgiti di se, ma come un oggetto non può separarsi dalla propria
ombra, così questo sentimento non era nulla separato dal perverso senso di
compiacimento per la sua condizione. Così sola al mondo e così profonda da
accogliere ogni singolo centimetro di quella solitudine, delle conseguenze che
si trascina come ingombranti gioielli. Non c'erano mica altri modi per sentirsi
vivi. Attraverso lo strazio, la disperazione e il dolore, poteva dimostrare a
se stessa che non era morta, che anche se è proprio un cadavere che si sentiva,
poteva ancora provare qualcosa e poco importa non fosse nulla di buono. Era
viva perchè era in grado di percepirla, distintamente, la punta di metallo
insinuarsi sotto la pelle, farsi largo separando il tessuto, liberando dalla
costrizione di un circolo chiuso e ripetitivo, quel fluido rosso e corposo,
ostinato girovago di un corpo che tiene vivo, senza averne voglia o coscienza.
Finchè senti qualcosa, esisti. La rabbia, la solitudine, il rancore, l'abbandono,
corrono via, tutto si allontana, seguendo la scia rossa che si disegna tutto
intorno, come lasciare una barchetta di carta lungo un rigagnolo, prima che si
imboni e scompaia sotto il peso del suo stesso essere, sopraffatto dalle leggi
della fisica, per un po' è possibile osservarla navigare, perseguire,
assecondare il tragitto e allontanarsi.
"Vai via da
me". Si sentiva sollevata ad ogni battito, ogni attimo. La testa sembrava
più leggera e il cuore sollevato, persino i tagli non facevano più male. Stava
bene mentre quello che l'aveva condannata per anni finalmente la lasciava in
pace.
C'era un buon
odore nell'aria, ricordava quello che sentiva da bambina quando prima di
tornare a lavoro la madre la teneva in braccio. Se ne stavano sul divano e lei incastrava
il naso nell'angolo che formano spalla e collo, sulla pelle nuda, un braccio
rannicchiato vicino al proprio petto e l'altro libero di abbracciare la nuca,
arrivare ai ciuffi di capelli per farli gironzolare tra le dita paffute e dai
movimenti ancora poco raffinati.
"E' bello
toccarti i capelli" ripeteva senza ben articolare con un filo di voce.
Provava quella
stessa pace, quello stesso senso di abbandono, di serenità piena, gioia, gli
occhi si lasciavano andare al buio, esattamente come allora.
Intanto una
chiazza rossa si dilatava sul pavimento e finchè non si fosse spontaneamente
esaurita la fonte, nessuno avrebbe potuto evitarlo.
Ora sarebbe stata
finalmente libera dalla sua aguzzina.
N.B. Questo è solo un racconto frutto di fantasia. Non è ne un'esperienza reale ne una celata richiesta d'aiuto. Stasera è girata così e quello che ne è venuto fuori è questo.
Niente di più.
Spero ve la passiate meglio di me, ma mi riprendo!
Isotta
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domenica 28 ottobre 2012
Il sabato mattina
Le pagine bianche mi piacciono. Sono come quelle persone che, per indole o vocazione, più semplicemente bontà d'animo, stanno ad ascoltare. Tele bianche sulle quali riversare i tuoi colori, poco importa se poi le sfumature siano sempre e solo del tetro di un cielo senza stelle. Ce ne sono poche è vero, ma io le invidio. Non dire niente, magari, piuttosto, non volerlo dire, è segno di grande forza. Io sono una di quelle che va in giro con la tavolozza in mano e i colori freschi. Lo sono sempre stata. Non ci vuole niente che io ti racconti tutto. Condividendo i miei pensieri, vedendoli prendere forma alle orecchie di qualcuno, spingendoli fuori e gettandoli addosso a qualcun altro, mi alleggerisco inevitabilmente. Non ho spalle abbastanza larghe per custodirli intatti, sotto l'ala protettiva del pudore. Io ne regalo un pezzetto a chi se ne vuol prendere una briciola, come quando da bambina, dopo le feste mia madre sistemava equamente nei piattini, tutto ciò che era rimasto, lo imballava con cura e ad ogni ospite che faceva per andare, si rivolgeva con un "ah tieni, porta via questo". Come avremmo smaltito, da soli, quella roba, altrimenti.
Viaggiavo dietro il conducente e la pioggia picchiava il vetro di traverso, come piccoli chicchi di riso, l'autobus fermo al semaforo, se la godeva tutta, quella pioggia, come una sposa, il lancio propizio, all'uscita dalla chiesa.
Rosso. Verde.
Il cielo grigio e pesante sopra le teste protette dagli ombrelli, i passi svelti delle scarpe ancora ostinatamente primaverili, la danza delle foglie nel vento che apre gli impermeabili e scombina le chiome, la prima passerella stagionale per le sciarpe.
Quanta vita c'è fuori dal finestrino, quello scorrere che non è tempo vuoto ma produttività, impegno, fatica, successo, fallimento o buco nell'acqua. Le immagini scorrono veloci, senza traffico, e io li osservo, come vorrei tuffarmici dentro e sguazzare. La signora compra i fiori nel negozietto alla sinistra della statua, il gruppetto di ragazzi gironzola con lo zaino penzoloni sulle spalle ad un orario troppo tardo per l'entrata e troppo anticipato per l'uscita, le macchine imboccano la via principale con meno foga, i cani al guinzaglio portano la coda alta e annusano l'aria in cerca di gocce, se ne incontrano una si leccano il muso.
" Isotta! " perdo il filo dei pensieri incrociando una voce amica, "non sapevo fossi tornata, ma poi ho guardato il riflesso, ed eri proprio tu."
Gli occhi buoni di A. mi guardano sorridendo sotto una linea di eyeliner verde smeraldo.
" A. quanto tempo, come stai? Sono tornata da una ventina di giorni" abbasso la testa.
"potevi dirmelo, sarei venuta a trovarti, ci saremmo fatte una delle nostre chiacchierate"
"chiacchierate..." le stringo il braccio con cui si bilancia al mio sedile, ma è come trattenere me stessa "...nel senso che tu pazientemente ascolti e assecondi le mie turbe psichiche, mi consoli e regali pacche sulle spalle" sorrido.
" E' il compito degli amici. Come stai? " la sua voce è leggera quasi quanto dolce e interessato il suo sguardo a scorgere la verità nel mio.
" Come sempre "
" Allora avresti dovuto chiamarmi, e non capisco perchè non lo fai. "
" Perchè si finisce sempre che tu consoli me, per non si è capito nemmeno cosa. E invece lo so che anche tu avresti da lamentarti, anzi, che tu ce lo avresti davvero il motivo per lamentarti, tanti motivi, e invece non lo fai, ascolti me, consoli me, ti prendi anche il mio nero"
Le racconto di me, della mia estate spezzata da promesse non mantenute, della debolezza che ho nell'affrontare la vita, delle cose che non mi stanno bene ma che non ho il coraggio e la voglia, la forza, di cambiare, dei miei sogni per il futuro e della consapevolezza che saranno l'ennesimo disincanto, del buon punto dell'università e della voglia di togliermela dalle scatole, di ciò che mi fa incazzare di questo mondo di merda, del Natale e dell'inverno alle porte di un autunno ritardatario.
Nel frattempo lei annuisce e fa battute, mi incoraggia e dice che devo essere orgogliosa dei miei risultati, di non pensare troppo al futuro altrimenti si carica inevitabilmente di troppe aspettative, di averne fiducia però e che tutto andrà per il meglio, e se non per il meglio, come sarebbe dovuto andare comunque. Dribla le mie domande.
La saluto dopo un'oretta e i cappuccinoecornetto.
Avrei dovuto fare la spesa, ma torno a casa con le tasche piene ugualmente, di più.
Gli esami non vanno, l'amore non è mai arrivato, la situazione non si sblocca, eppure questo lo capisci dall'ombra che le disegnano sul viso, gli angoli della bocca, dal velo lucido che le fa brillare le pupille per un istante, prima di sparire in una nuova domanda per te. Provo un innato senso di rispetto per chi riesce a tacere i propri dolori, per chi riesce a scenderci a patti da solo, ogni mattina davanti allo specchio assonnato, per chi ha pudore nel mostrarsi bisognoso di qualcosa, desideroso di speranza.
Ed A. è esattamente questo. Una persona che si impegna, anche quando avrebbe tutti i motivi per mollare il colpo, che sta male ma non te lo dice, non te lo fa nemmeno capire, che sente la mancanza di qualcuno ma non la colma con i piagnistei, che non si arrabbia col mondo, che piange di nascosto, ma quando esce mette l'eyeliner smeraldo per fugare i dubbi.
A. è la mia tela bianca, silenziosa e in disparte che ti offre ogni suo angolino affinchè tu possa trovare un po' più di spazio e non vuole niente in cambio, assolutamente niente.
E siamo diversi, ognuno coi suoi bisogni e le proprie bizzarre soluzioni alla sofferenza. Ma questo mondo non va, in qualunque modo la vogliate mettere, così non va.
Isotta
Viaggiavo dietro il conducente e la pioggia picchiava il vetro di traverso, come piccoli chicchi di riso, l'autobus fermo al semaforo, se la godeva tutta, quella pioggia, come una sposa, il lancio propizio, all'uscita dalla chiesa.
Rosso. Verde.
Il cielo grigio e pesante sopra le teste protette dagli ombrelli, i passi svelti delle scarpe ancora ostinatamente primaverili, la danza delle foglie nel vento che apre gli impermeabili e scombina le chiome, la prima passerella stagionale per le sciarpe.
Quanta vita c'è fuori dal finestrino, quello scorrere che non è tempo vuoto ma produttività, impegno, fatica, successo, fallimento o buco nell'acqua. Le immagini scorrono veloci, senza traffico, e io li osservo, come vorrei tuffarmici dentro e sguazzare. La signora compra i fiori nel negozietto alla sinistra della statua, il gruppetto di ragazzi gironzola con lo zaino penzoloni sulle spalle ad un orario troppo tardo per l'entrata e troppo anticipato per l'uscita, le macchine imboccano la via principale con meno foga, i cani al guinzaglio portano la coda alta e annusano l'aria in cerca di gocce, se ne incontrano una si leccano il muso.
" Isotta! " perdo il filo dei pensieri incrociando una voce amica, "non sapevo fossi tornata, ma poi ho guardato il riflesso, ed eri proprio tu."
Gli occhi buoni di A. mi guardano sorridendo sotto una linea di eyeliner verde smeraldo.
" A. quanto tempo, come stai? Sono tornata da una ventina di giorni" abbasso la testa.
"potevi dirmelo, sarei venuta a trovarti, ci saremmo fatte una delle nostre chiacchierate"
"chiacchierate..." le stringo il braccio con cui si bilancia al mio sedile, ma è come trattenere me stessa "...nel senso che tu pazientemente ascolti e assecondi le mie turbe psichiche, mi consoli e regali pacche sulle spalle" sorrido.
" E' il compito degli amici. Come stai? " la sua voce è leggera quasi quanto dolce e interessato il suo sguardo a scorgere la verità nel mio.
" Come sempre "
" Allora avresti dovuto chiamarmi, e non capisco perchè non lo fai. "
" Perchè si finisce sempre che tu consoli me, per non si è capito nemmeno cosa. E invece lo so che anche tu avresti da lamentarti, anzi, che tu ce lo avresti davvero il motivo per lamentarti, tanti motivi, e invece non lo fai, ascolti me, consoli me, ti prendi anche il mio nero"
Le racconto di me, della mia estate spezzata da promesse non mantenute, della debolezza che ho nell'affrontare la vita, delle cose che non mi stanno bene ma che non ho il coraggio e la voglia, la forza, di cambiare, dei miei sogni per il futuro e della consapevolezza che saranno l'ennesimo disincanto, del buon punto dell'università e della voglia di togliermela dalle scatole, di ciò che mi fa incazzare di questo mondo di merda, del Natale e dell'inverno alle porte di un autunno ritardatario.
Nel frattempo lei annuisce e fa battute, mi incoraggia e dice che devo essere orgogliosa dei miei risultati, di non pensare troppo al futuro altrimenti si carica inevitabilmente di troppe aspettative, di averne fiducia però e che tutto andrà per il meglio, e se non per il meglio, come sarebbe dovuto andare comunque. Dribla le mie domande.
La saluto dopo un'oretta e i cappuccinoecornetto.
Avrei dovuto fare la spesa, ma torno a casa con le tasche piene ugualmente, di più.
Gli esami non vanno, l'amore non è mai arrivato, la situazione non si sblocca, eppure questo lo capisci dall'ombra che le disegnano sul viso, gli angoli della bocca, dal velo lucido che le fa brillare le pupille per un istante, prima di sparire in una nuova domanda per te. Provo un innato senso di rispetto per chi riesce a tacere i propri dolori, per chi riesce a scenderci a patti da solo, ogni mattina davanti allo specchio assonnato, per chi ha pudore nel mostrarsi bisognoso di qualcosa, desideroso di speranza.
Ed A. è esattamente questo. Una persona che si impegna, anche quando avrebbe tutti i motivi per mollare il colpo, che sta male ma non te lo dice, non te lo fa nemmeno capire, che sente la mancanza di qualcuno ma non la colma con i piagnistei, che non si arrabbia col mondo, che piange di nascosto, ma quando esce mette l'eyeliner smeraldo per fugare i dubbi.
A. è la mia tela bianca, silenziosa e in disparte che ti offre ogni suo angolino affinchè tu possa trovare un po' più di spazio e non vuole niente in cambio, assolutamente niente.
E siamo diversi, ognuno coi suoi bisogni e le proprie bizzarre soluzioni alla sofferenza. Ma questo mondo non va, in qualunque modo la vogliate mettere, così non va.
Isotta
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giovedì 4 ottobre 2012
Le parole della mia vita.
Delusione.
"Sei una delusione Isotta!". Le unghie affondavano nella carne morbida del palmo serrato. Ho sempre pensato come può una bambina essere una delusione, se è l'essere bambina stesso, le mille possibilità del futuro divenire. E' un' ingiustizia, il mento avrebbe voluto accartorciarsi in una smorfia di pianto, ma i muscoletti imponevano l'indifferenza.
Viziata.
"Tutte queste scene, sei solo una viziata. E' questa la verità, sei solo una bambina viziata". Nessuno si accorge che sono una donna. O forse dovrei, esserlo, se solo qualcuno si fosse degnato di darmi lo spazio per dimostrarlo. Che forse forse i miei non sono capricci, ma il disperato, tacito grido d'aiuto.
Comodità. Io classifico così.
Inetta.
"Non sei capace di far nulla! A che ti serve essere brava a scuola se sei un'incapace nella vita." E sinceramente lo penso anche io. Ma ciò non toglie che a furia di vederti cucire addosso un'etichetta, finisci per assorbirne l'essenza. Tanto da rispondere a qualunque proposta "No, grazie. Io so solo studiare" e crederlo realmente.
Opportunista.
"Usi la gente, ma non te ne accorgi? Badi solo al tuo tornaconto."
E aver passato una vita sforzandosi di essere il più invisibile possibile, il più in punta di piedi possibile, il meno intralcio possibile.
"Isotta vuoi qualcosa?" "No, no grazie." Sempre. E segretamente desiderarlo tanto.
Scusa, scusami, mi scusi, non vorrei disturbare, mi spiace per il fastidio. Ho sempre ringraziato, poi.
Cattiveria.
"Sei pessima, cattiva! Sei un mostro!"
Giustificato, se qualcuno porta testimonianza di una parola cattiva alle spalle di un'amica, di un gesto irrispettoso nei confronti di un estraneo, di risate taglienti per le disgrazie di qualcuno, di ferite di fuoco nel cuore di chi ho vicino, di preoccupazioni inflitte ai genitori o a chiunque altro.
Ciò che non riusciamo a comprendere, spesso lo spacciamo per magia nera.
Ce ne sono altre, magari peggiori, ma non è questo il punto. La questione vera è la seguente: se le persone che mi hanno messa al mondo, quelle che mi hanno vista crescere, quello che dice di amarmi, quelli che io credo amici, pensano questo, ma alla fine non sarà la verità?
E se è la verità come posso non accorgermene?
Se non lo è, come possono non accorgersene loro?
Mi sono sempre sentita sola ed incompresa, ed è una cosa alla quale non riesco a fare l'abitudine o a porvi rimedio, purtroppo, ma con che coraggio mi tengo accanto persone che pensano questo di me?
Come posso provare sentimenti positivi per chi non riesce a capire che avrei solo bisogno di essere amata senza riserve?
E se a me viene naturale volergli bene, nonostante tutto, perchè loro non me ne vogliono altrettanto; perchè non vedono chi sono; perchè non mi perdonano una volta per tutte e invece continuano a mortificarmi?
Perchè non mi è dato trovare una persona che mi ami davvero, totalmente, che mi apprezzi e mi stimi; non lo merito? Ma che ho fatto di così male?
Sul serio, cosa ho o non ho fatto?
Sono sola, probabilmente è così che deve andare.
Ah ecco un'altra parola: rassegnazione.
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Grazie per i commenti che mi avete lasciato sotto l'ultimo post, nonostante non mi sia fatta viva per tantissimo tempo. Grazie per essere riusciti a farmi credere che questo non sia proprio il postaccio che penso io, al punto da volerci riprovare.
A tutte voi, grazie sincero!
Isotta
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domenica 12 agosto 2012
Un estate di merda.
Forse condannati lo siamo un po' tutti. Nessuno di noi ha chiesto di venire al mondo, siamo il capriccio o l'appagamento di un bisogno ancestrale, quello della vita, di perpetuarsi in modo continuo e nonostante tutto. Mamma e papà sono i nostri stessi carnefici. In effetti poi cambia tutto in base a come la vivi. Se sei un tipo che la prende con filosofia hai qualche chance in più di riuscita, ma se sei come me, ah se sei come me ti do un consiglio, fermati il prima possibile. Ed è anche un pochino questione di fortuna, e non facciamo i bacchettoni che "volere è potere" perchè sono stronzate, non importa quanto desideri qualcosa e non importa nemmeno quanto tu ti possa impegnare per far si che accada, se è così che deve andare, così andrà.
Da bambina giocavo spesso da sola, chiusa nel mio mondo fantastico. Ero la principessa guerriera di un popolo strano, che non aveva una Terra, ma aveva costruito una specie di zattera gigante, e c'era tutto ma proprio tutto, il castello e la foresta, la piazza e il borgo, i perimetri erano la costa e viaggiavamo trasportati dalla corrente, solo quando la marea era abbastanza alta da farci navigare, senza meta.
Mi succedevano un sacco di cose bellissime, avevo amici fidati con cui galoppare per le colline, amiche con cui organizzare feste strepitose, valorosi guerrieri al mio fianco in battaglia, pronti a guardarmi le spalle, un cavaliere bello e coraggioso di cui schivare la corte. E poi c'erano i falò in spiaggia o le gite in barca, le escursioni alle cascate e i picnic sull'erba tagliata di fresco, ed erano sempre tutti allegri ed io ero felice ed io ero solo una bambina. E chi mi ha messo tutte queste idee per la testa io non lo so dire, ma la vita me la immaginavo così, con gli amici e le risate che risuanono in alto e confondono la musica.
"E' ora di dormire Isotta, adesso basta" e le mie mani paffutelle e chiare gironzolavano nella penombra della stanza preparata per la notte.
"Io non voglio dormire, Mamma. Se dormo mi perdo qualcosa, se io sto con gli occhi chiusi non vedo cosa succede di bello"
Magari le sarà scappato da ridere "Oh per l'amor del cielo, Isotta! Hai tutta la vita per tenere gli occhi aperti e vivere un sacco di belle cose, adesso è ora di dormire.."
Ora come ora è ora di dormire, sul serio. Quando dormi il dolore si assopisce ed anche se è steso al tuo fianco, come l'ombra che produrrebbe una luce puntata alle spalle, nonostante questo, si riposa anche lui e così racimoli qualche ora di pace, di pausa, la noia allenta la presa e la disperazione si fa leggermente meno presente.
E allora dormo! Quindici ore al giorno per l'esattezza, come i gatti!
Bisogna essere fortunati dicevo, si perchè io sono una tipa piuttosto noiosa a dire il vero, sono abitudinaria e pantofolaia di indole, ma poi uscire a far baldoria mi piace, sopratutto in estate. Oh ma mai nella vita che abbia trovato delle amiche che la pensano come me! Sono tutte delle suorine rompicojoni che tornano a casa a mezzanotte, come Cenerentola e non varcano i confini di Paesello! Ma mica fanno nulla per ribellarsi e spiegare ai genitori che a 23anni dovrebbero proprio farsi una vagonata di fattacci loro, eh no, son suorine e subiscono senza alzare la testa, la voce, senza tirare fuori le palle!
Sono contornata da inetti. E gli unici con cui posso uscire sono i ragazzi, ma per quanto mi piaccia stare in loro compagnia dopo un po' è scocciante, a loro poco interessa commentare i vestiti delle altre o fare gli occhi dolci a qualcuno solo per il gusto di vedere se ci casca, anzi mi rompono anche le scatole se qualcuno si avvicina a parlarmi, e quindi anche tutto l'uscire del mondo diventa inutile e noioso.
Avevo in mente un sacco di pazzie da fare ed avventure da vivere, a 14 anni credevo che quando avremmo finalmente preso la patente sarebbe arrivato il momento di mettere tutto in atto. Invece non è stato così, non erano così loro, e da sola a cosa sarebbe valso fare la ribelle scapestrata?
Questione di fortuna, nascere in un luogo del mondo poiuttosto che un altro, in una famiglia piuttosto che un' altra, avere un conto in banca o piuttosto non avercelo, incontrare gente figa e spericolata o sfigati del cazzo e farteli amici comunque, che è l'unica cosa che c'è in giro. Trovarsi nel gruppo giusto, piuttosto che in quello sbagliato.
Fortuna, scelte, non lo so.
A me è andata una merda. Ed è inutile che io provi a spronare tutti, è inutile che mi impegni a cambiare le cose, perchè la gente non si può cambiare. Non posso cambiare il paesino piccolo e tranquillo ma bigotto e antiquato, non posso cambiare la mentalità della gente che ci è cresciuta, non posso scombinare il fisso presentarsi degli eventi.
Da chi sei non scappi, per quanto tu voglia o ti possa impegnare a farlo.
Se sfigato sei nato, sfigato muori. Ed io modestamente lo nacqui!
Spero che le vostre vacanze stiano andando molto meglio delle mie. Aspetti un anno intero e poi quello che peschi è la solita delusione...bah!
Sto seriamente pensando di chiudere questo postaccio lamentoso che è diventato il blog, forse lo è sempre stato, ma sinceramente me ne accorgo solo adesso.
E' che almeno prima quando ero triste scrivevo, ora non voglio nemmeno far quello!
Alla prossima, se ci sarà.
Isotta
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sabato 28 luglio 2012
Confessioni...
L'unico rifugio che mi è rimasto è questo. Nascosta tra le parole, lontana dai rumori. Oggi come prima, scrivere è l'unica cosa che mi salva. Quando ci siamo salutate mi ha avvisata "sarà dura, ma per qualsiasi cosa mi può telefonare." Con che coraggio telefono e per dirle cosa poi. Che due mesi di terapia li ho bruciati in un istante. Vorrei potermela tenere in tasca, la sua miniatura, con quel viso comune e la voce tranquilla, il tono pacato. Allora quando i mostri sarebbero tornati a divorarmi le budella io l'avrei potuta tirare fuori e lei mi avrebbe confidato il loro punto debole. Sarei sempre stata io a combatterli, ma non sarei stata sola. E il cuore non avrebbe tamburellato all'impazzata, il fiato non si sarebbe fatto corto e gli occhi non si sarebbero iniettati di sangue. Lei mi avrebbe detto "Rifletti. Respira. Ne vale davvero la pena?" Mi avrebbe fatto intendere, senza pronunciare parola, quanto non ne vale la pena. Quanto io posso governare l'ansia e la rabbia, quanto il bene per me stessa deve superare l'odio per chiunque altro. Ma lei non c'è.
E' ricominciato tutto da capo, esattamente come prima. Il rancore, l'odio, la rabbia, che credevo di essere riuscita a cacciar via, sono qui con me, stesi al mio fianco su questo letto scomodo. Vorrei chiederle tante cose, ad esempio come mai una sola persona è in grado di rovinarmi la via; oppure perchè non sono stata in grado di continuare senza voltarmi indietro. Poi vorrei sapere pure per quale motivo continua ad importarmi tanto di come un altro sceglie di vivere, piuttosto che badare a vivere io.
Non ho idea di cosa mi risponderebbe. Sicuramente non quello che vorrei sentirmi dire, come è sempre stato. Eppure ce l'avevo fatta. Per circa due mesi erano spariti gli incubi, gli attacchi di panico, di rabbia, di ansia, la paura dell'abbandono, il senso di inadeguatezza. Ho davvero creduto di esserci riuscita.
Mi ero impegnata a riempire il tempo di cose buone, di amore per me stessa, di perdono.
La verità è che non mi amo e sopratutto non mi perdono. Il rancore e l'odio più grandi ce li ho per me stessa. Uno spigoloso senso di invidia si frappone tra me e tutto il resto. Provo invidia anche per chi ha una grave malattia, così gli altri sono obbligati a provare compassione per lui. Provo invidia per la bella ragazza per strada, che attira gli sguardi di tutti. Provo invidia per chi è single e chi è ha negli occhi il riflesso innamorato del partner. Provo invidia per chi lavora, non lavora, studia o non fa un cazzo.
Provo invidia per chi è a mare, chi è in vacanza o ancora in città; per chi è solare ed estroverso e chi si vede che è tormentato.
E poi rabbia, rabbia non quantificabile per la vita, per quanto trovo sia stata ingiusta con me. Rabbia per le amiche che a 23anni suonati si fanno ancora imporre dai genitori a che ora e se tornare a casa, rabbia per gli amici che invece escono a divertirsi e mi invitano anche, ma devono giustamente cuccare e io che ci sto a fare, l'incomodo? Rabbia per chi può permettersi le vacanze all'estero, per chi mi aveva fatto credere che sarebbe venuto a trovarmi e adesso si tira indietro, rabbia per tutto e tutti.
Mi meritavo di più dalla vita, tanto di più, perchè mi sono sempre comportata egregiamente. E ci ho provato, sapeste quanto ci ho provato a farmi andare bene le cose così come stanno, ma non mi stanno bene per niente.
Mi meritavo di più...
Per il resto, non so proprio come fare a cambiarla questa situazione, anche questo ho provato a cambiare. Dove trovo gente nuova in questo buco di culo di posto dove vivo? Dove trovo il divertimento, che il primo locale decente è a 2 ore di macchina, e anche ammesso con chi vado se nessuna a parte me può fare più tardi dell'una?
Vorrei solo poter parlare con la mia psicologa. O morire, tanto non ho niente da perdere.
Isotta
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martedì 24 luglio 2012
Quando la tempesta viene dal mare...
"Ma cosa ne volete sapere voi che state in montagna" ci dicono. Come se per conoscerlo, per conoscerlo veramente, il mare lo si debba sentir bussare alla finestra. Eppure loro non lo sanno. Non sanno che da ognuna delle nostre, di finestre, il mare si vede eccome. Le case seguono la linea del profilo della montagna, e curvano per poter stare lì, ferme e sospese, come il viso di un uomo sui fianchi rotondi della sua donna dopo aver fatto l'amore. Il sole muore laggiù ogni sera. E non lo possono sapere da che posizione privilegiata lo vediamo noi, il mare. A perdita d'occhio, la collina che si apre in pianura, i paesi e le loro luci, fino a che il verde smeraldo lambisce l'azzurro. Le scintille gialle che ballano sull'increspatura dell'onda di giorno e quelle bianche della Luna che cullano il blu della sera. Le gru del porto, stagliate all'orizzonte sembrano le giraffe africane di quei documentari in tivù. Se sali sulle terrazze lo senti persino, l'odore del mare. E' lì da sempre. Lo conosciamo eccome.
Vivere quassù è sapere che dei nuvoloni alle spalle non c'è da preoccuparsi, ma che se la tempesta viene dal mare, allora durerà. Stiamo a guardare, sospesi in altezza, le nubi addensarsi sull'acqua, cambiarne il colore, scurirne la linea dell'orizzonte prima impercettibile, il vento gonfiare le onde e smuovere il fondale. E ci siamo ancora a guardare, a vederla passare, quando la furia è sopita, il cielo si riprende l'azzurro e il mare torna a specchiarlo.
Se l'hai visto da sempre però lo riconosci, quel momento strano, in cui in apparenza tutto sembra tornato alla normalità e invece c'è ancora tanto lavoro da fare, tanta attesa da far correre via. Il vento lascia il passo alla brezza leggera, il sole torna padrone solitario e luminoso, ma l'acqua è torbida. La tempesta lo travolge, passa indisturbata fino ad abbandonarlo lasciandolo solo a sistemare i danni del suo passaggio.
Le tempeste si comportano così col mondo. Generano il caos. E se per caso esistesse una calma tutta apparente, a loro non importa nulla, arrivano e distruggono, portano a galla verità, dubbi e incertezze, quegli stessi mostri che avevi faticosamente cercato di mettere a dormire sotto una coperta di normalità.
Quando ti impegni tanto a sgomberare la mente dai nuvoloni neri, arginado i pensieri, occupando gli spazi lasciati vuoti con i buoni propsiti, lo devi mettere in conto. Prima o poi la stanchezza si farà sentire e allora tu mostrerai il fianco scoperto, permettendo così alla tempesta di trovare un varco. E in men che non si dica ti ritrovi a testa in giù, senz'aria, sbattuta sulla battigia dalla risacca, confusa e senza forze.
Poi ti tiri su e capisci di aver sbagliato ancora. Che non dovevi, non potevi permettere alla tempesta di arrivare, che ti avrebbe distrutta ancora e sarebbe stato inutile tutto quel ricostruire, seppur in apparenza, una vita. Sforzi vani, impegno deriso.
Ma i buoni propositi bruciano tra le fiamme, quando tra le lenzuola ed il suo petto è il posto a cui senti di appartenere, quando il tuo corpo sembra fatto a misura per accogliere il suo e l'odore delle vostre pelli che si mischiano è un antico canto tribale. E' tutto inutile e perso quando la mia debolezza incontra la sua sfacciatagine.
E' stata inutile e persa la guerra contro me medesima, perchè sono ancora una volta qui a maledire il destino che ha fatto lui così, così perfetto e così dannatamente sbagliato, per me. Me, così debole e dannatamente persa per lui.
Si frantuma tutto quando i suoi occhi mi percorrono il corpo, anche le mie ossa sgretolano. E non c'è nulla che si può fare. C'è solo da aspettare che la tempesta passi, valutare i danni e mettersi a ricostruire.
Per quanta forza serva, per quanto coraggio ci voglia, bisogna farlo.
Isotta
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domenica 17 giugno 2012
Conati...
Io sono una abbastanza forte di stomaco. Posso fare colazione e mettermi in viaggio senza problemi fin da quando ero piccola, vado su qualsiasi tipo di giostra a stomaco pieno, pulisco cacca di cane, di gatto, cacca con vermi dopo aver accolto l'ennesimo randagio raccattato per strada. Pulisco ferite infestate da bigattini bianchi e grossi, tengo stretti stretti vicino al cuore i corpicini inermi di quelli che non ce l'hanno fatta, anche se la puzza della morte di avvolge la testa. Guardo le autopsie, i morti, le stragi, senza batter ciglio. Senza scrupolo.
Oggi era un'ottima giornata, è arrivato il caldo, il cielo è talmente azzurro da sembrare quello dei cartoni animati e il sole così forte che gli occhialoni neri da diva non sono un vezzo, ma necessità. Oggi c'è il torneo interno del collegio, e anche se tutti dovremmo studiare, siamo lì, chi a guardare chi a sudare. Oggi era una giornata buona, perchè il mio umore era positivo.
Poi ho visto questa foto su facebook ed i conati di vomito non sono riuscita a trattenerli.
Ripeto, non sono una che si dispiace facilmente per le persone. E non sono nemmeno una che si scandalizza più di tanto. So di quanta miseria si macchia ogni giorno il genere umano e ormai non mi fa più specie. Ma questo è troppo. Il disgusto che provo è venuto fuori fisicamente ed è finito nel cesso, esattamente nello stesso posto in cui dovrebbero finire questi bastardi immondi che si permettono di intaccare l'innocenza pulita di un bambino. Questa foto è raccapricciante e purtroppo non è esagerazione. Avevo avuto la stessa reazione con il servizio sulla Cambogia che fecero alle Iene. Io non ci sto, per me questi infami dovrebbero essere usati per le sperimentazioni scientifiche più atroci, altro che usare gli animali! Che eticità verrebbe meno? E' più moralmente accetabile torturare un innocente o un figlio di puttana che è stato il carnefice di un innocente?
Davvero c'è da chiedersi chi vale di più tra un topo e uno schifo del genere? E la società mi da della pazza irresponsabile perchè io truciderei loro, invece che gli animali!
Quale animale farebbe una cosa così meschina, schifosa, rivoltante, deprorevole, come violentare un cucciolo? Nessuno!
Ho sempre creduto che chi viola la libertà degli altri, i diritti degli altri, dovrebbe automaticamente perdere i suoi. Un assassino, uno strupatore, un pedofilo ai miei occhi non sono niente, potrebbero farci carne per le salsicce e non mi darebbe il minimo fastidio. Chi si permette di rovinare la vita ad un altro essere, perde automaticamente il diritto a vivere la propria, a mio parere.
Purtroppo negli anni si è scambiata la civiltà con il buonismo ad ogni costo. Civiltà non è arresti domiciliari al soldato che ha stuprato selvaggiamente la ragazza fuori dal locale all'Aquila; civiltà non è 16 anni (quando va bene) di carcere per chi ha sterminato una famiglia; civiltà non è decadenza dei termini e mafiosi in giro per le strade; civiltà non è indulto perchè le carceri sono piene; civiltà non è "riabilitazione e riinserimento nella società". Civiltà è assicurare che chi sbaglia paghi, è assicurare alle vittime ed ai familiari la giustizia, che se pur non ripaga niente, lo rende sopportabile. Civiltà è protezione del debole, difesa del giusto, sostegno a chi ha subito il torto. Civiltà è riconoscere che chi si comporta male va punito, che deve ripagare la società del torto che ha provocato, e che la sua vita ormai non conta niente.
Quindi io sono a favore della pena di morte si, ma riconosco che è inutile alla collettività. Sarebbe molto più utile donare i corpi alla scienza ed al progresso vero, in modo che le malattie ed i farmaci possano finalemente essere studiati sui diretti interessati, senza che la ricerca si impegni a ricreare malattie fittizie nei topi geneticamente modificati per poi non concludere nulla.
Allora, solo allora, il loro debito con la società verrebbe estinto. Perchè a stare con vitto e alloggio pagato da noi cittadini onesti, un paio d'anni, sono bravi tutti ed io sinceramente non vedo come si possa considerare questo l'estinzione di un debito.
Un debito inestinguibile, poi.
Solo un'altra volta mi era capitato di vomitare per qualcosa che riguarda le persone, mentre mettevano a mia sorella i punti. Le sue urla mi facevano contrarre lo stomaco e girare la testa. Mi è passata dopo un paio di giorni. Questo non so quanto ci vorrà.
Sono incazzata. Sul serio, mi fa schifo il genere "umano".
Buona domenica, sticazzi...
sabato 9 giugno 2012
Pelli...
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martedì 5 giugno 2012
La strana questione del sisteraggio...
Quando avevo otto anni mi sentivo tanto tanto sola, allora rompevo a mia madre per avere una sorella, un fratello no, altrimenti mi avrebbe rubato l'amore di mio padre. Chi non ha presente quelle cose padre-figlio, che poi se avesse anche giocato a calcio, probabilmente io non sarei più potuta essere il suo maschiaccio, e invece di portare me alle partite ed a "litigare" coi suoi amici milanisti ed interisti, avrebbe di certo scelto lui. Quindi sono stata esaudita, ed è nata lei, a distanza di otto anni, un mese prima ed un giorno dopo rispetto a me. Ho scelto il nome, i vestiti, tutto quanto, ed è stato talmente forte il legame che ci ha unite fin da subito che quando l'ho vista la prima volta nella culletta della clinica ho esclamato "mamma, io quella cosa viola* non la voglio come sorella."
Si narra che mia madre non sapendo se scoppiare a ridere o a piangere stava per lanciarsi dal balcone, che lei dopo l'esperienza mia, tre anni di notti insonni, non ne voleva più sapere di marmocchi urlanti e lo aveva fatto esclusivamente per accontentarmi, ma già non mi stava più bene! In pratica io son così, tendo a stancarmi facilmente delle cose.
Il proseguo non è per niente andato meglio. Regina incontrastata per otto lunghi anni mi è risultato difficile "condividere" i genitori, i nonni, i giochi, la casa, le attenzioni. Ho quindi continuato la mia piccola esistenza, come se lei non esistesse, non degnandola di uno sguardo e considerandola insignificante.
Lei al contrario mi ha sempre vista come il suo modello, la prima parola che ha detto non è stata mamma o papà, ma il mio nome. Su un libro da colorare di quando andava alle elementari, alla domanda a chi vuoi assomigliare da grande, ha risposto col mio nome, ancora una volta.
Adesso ha quattordici anni, ed è impossibile non notarla. Quanto io sono chiusa, misantropa, sulla depressione andante, lei è solare, estroversa, piena di vita ed entusiasmo. Io sono biondina, con gli occhi verdi e le guance da bimba, lei è mora con gli occhi da cerbiatta e gli zigomi alti. Fortunatamente per lei è alta nella norma, sicuramente più di me, ma si ostina a dire che voleva proprio essere bassa, like me (???). La guardo e sento una strana malinconia, vorrei che fossimo nate al contrario. Se a quattordici anni avessi avuto lei come sorella maggiore, mi sarebbe stata vicino, mi avrebbe incitato, consigliato, spronato a vivere, la sua forza sarebbe stata d'aiuto e magari ora sarei una persona diversa. Lei sta crescendo da sola, esattamente come ho fatto io, ma lo sta facendo nel modo giusto, non avendo paura degli altri e isolandosi. E' piena di amiche che la adorano, di ragazzini che la ricoprono di messaggini e mi piace alle foto di facebook, coltiva mille interessi e non rinuncia a niente. Io in fondo sono proprio orgogliosa di lei. Lei è quello che ognuna di noi, adolescente, sarebbe dovuta essere, lei è quello che io avrei voluto essere. E non riesco a farle capire, che ad essere me, invece, non c'è nulla di buono, se non, al limite, la carriera scolastica.
Sicuramente meritava una vera sorella.
Questo inverno, per un breve periodo è stata assieme ad un ragazzino più grande, molto bello, gentile, che la riempiva di attenzioni e complimenti. Poi è finita, ma io non ho sentito il bisogno di chiederle se stava bene, mi sento quasi un'estranea con lei, e poi ripensando a me dieci anni fa, non mi avrebbe fatto piacere che qualcuno ficcasse il naso nelle mie cose, ma forse sbaglio, perchè lei non è me, lei è diversa.
Fatto sta che quando ho saputo che lui è un calciatore in erba, sono andata in crisi. Continuavo a pensare cose come "io non sono riuscita a trovarmi un calciatore. Forse perchè io sono troppo brutta. O magari sono troppo bassa. E se adesso mio padre vuole più bene a lei perchè ha trovato un ragazzo a cui interessa il calcio e io invece non ci sono riuscita?" insomma, le mie solite paranoie.
Lei dal canto suo non ha battuto ciglio per aver rotto con questo tipo, ha continuato la sua vita tranquillamente, a me invece vengono ancora le paranoie, e mi domando se abbia fatto bene a lasciarlo/farsi lasciare non so, non tentare di ricostruire. Ma vi pare normale? Così di tanto in tanto vado sulla bacheca di questo ragazzino per cercare indizi e magari scoprire che pensa ancora a lei...invece vedo che è stato acquistato per giocare nell'Ancona, un sacco di articoli di giornale che lo descrivono come "nuova promessa" e penso definitivamente che mia sorella ha perso l'occasione della vita. Il fatto però è che tutti questi pensieri non derivano dal sapere che mia sorella sta male o ne soffre, a lei non sembra fregar più nulla di questo, derivano piuttosto dal pensare "se fossi stata io al suo posto, se avessi avuto io questa opportunità, non l'avrei di certo lasciato andare così.." ed allora capisco che c'è qualcosa che non va. Che provo una specie di invidia nei suoi confronti, di ineguatezza, nonostante lo abbia sempre nascosto col contrario. Vorrei poter tornare adoloscente, avere amiche come le sue, divertirmi come si divertono loro, raccogliere il consenso delle ragazze e l'approvazione dei ragazzi, vorrei ricostruire la mia vita da lì, e vorrei tutte queste cose perchè non sono soddisfatta di come ho vissuto io.
Sono una merda. E mi sento anche peggio.
Isotta
*aveva tre giri di cordono attorno al collo, dicono sia viva per miracolo del ginecologo.
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venerdì 18 maggio 2012
Buoni propositi!
Una tazza di thè verde ogni giorno alle cinque. Bere molta più acqua del solito e nessuna bibita gassata. Alzarsi presto, non andare a letto tardi. Mangiare frutta e verdura fresca, niente altro. Iscriversi ad un corso di yoga, andare il sabato mattina a fare volontariato al canile. Mettere i cetrioli sugli occhi e farsi una maschera casalinga, l'impacco per i capelli e rinnovare la manicure. Indossare il profumo. Passeggiare lentamente sotto i rami pieni di foglie rigogliose, tra la luce e l'ombra e respirare di nuovo. Prendersi cura di se.
Bastava così poco per riprendere in mano la mia mente, andata a farsi un giro un po' più in là del circondario?
Pare di si.
Nel post precedente parlavo di Lui. Si, perchè c'era stato un nuovo momento di pace, ma evidentemente scriverne sul blog non fa bene. La vacanza, il tempo condiviso. Quella vicinanza che non mi permette di resistere. Adesso è nuovamente tutto sparso in mille pezzi sul pavimento. Fino a ieri non lo era. Oggi si.
Ma infondo le cose succedono, vanno, vengono, tornano. E' questo restare irrosolti la molla che fa poi riscattare tutto, ancora. E' un circolo vizioso.
L'attrazione che ti avvicina, l'incompatibilità che ti allontana.
Quando sarò abbastanza matura da scegliere una via, definitivamente? Dopo un po' le montagne russe stancano, l'adrenalina iniziale si trasforma in nausea e voglia di scendere. Io voglio scendere, lui vuole scendere. Forse è l'unica cosa su cui ci troviamo d'accordo.
Quando sarò abbastanza matura da scegliere una via, definitivamente? Dopo un po' le montagne russe stancano, l'adrenalina iniziale si trasforma in nausea e voglia di scendere. Io voglio scendere, lui vuole scendere. Forse è l'unica cosa su cui ci troviamo d'accordo.
Non ho la forza di ricostruire la mia vita. Sto a fatica riuscendo a tenere le redini della mente, non posso occuparmi di altro adesso. Allora ho deciso che aspetterò che il tempo passi. Berrò thè verde e continuerò a fare yoga, mangierò verdure tra una seduta e l'altra dalla psicologa, mi renderò utile per i cani del canile, nonostante niente che io possa fare sarà in grado di ricambiare la loro gratitudine per una manciata di crocchette e mezz'ora nell'area di sgambamento. Darò gli esami che mi mancano, ruberò l'energia stesa al sole. Non penserò a lui, ai nostri problemi, quando sentirò la fitta della malinconia spingerò la mente verso altro, e se mi mancherà un'abbraccio o una voce amica mi guarderò allo specchio. Voglio bastare a me stessa adesso.
Non voglio avere bisogno di nessuno.
Devo caricarmi il mio peso e portarlo avanti io stessa, senza far fare il lavoro sporco a terzi. Scriverò di cose belle, niente più pensieri cupi e contorti, scriverò di pomeriggi al parco e giornate calde in piscina, di vestiti nuovi e colorati, di gusti di gelato e zanzare impertinenti, di pile di libri e firme sul libretto.
E poi voglio parlare dei miei progetti, delle mie idee sui temi attuali, dell'estate calda e delle piogge improvvise, dei giri in centro, di quando tornerò a casa.
E allora lui svanirà tra le pieghe dei ricordi, e una delle mie grandi ferite si rimarginerà poco alla volta. Tanto che quando sarò a mare, nemmeno il sale la farà più bruciare.
Non il sale, non il sole, non il passato.
In quel momento, si aprirà il nuovo capitolo della mia vita e mi impegnerò a renderlo migliore dell'appena concluso.
Il prossimo post, sarà dedicato ai giochini ed ai premi per cui sono stata citata, perdonate l'ulteriore rinvio, ma mi premeva mettere nero rosa su bianco il mio stato d'animo attuale. Tornerò a leggere quando sarò scoraggiata e mi sarà d'aiuto!
Qualche programma per sabato e domenica???
In ogni caso, passate uno splendido weekend!
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domenica 13 maggio 2012
Sunday afternoon thoughts...
Lo schermo della tivù fa le grinze e io allora aspetto che
passi, guardando fuori dalla finestra. Quello è il segnale che annuncia il
passaggio di un aereo. Incidono l'azzurro lasciandosi dietro linee bianche che
poco a poco colano verso terra, sparendo. Quante vite lassù. Chissà che fanno
in quel preciso istante, dove sono diretti, chissà per chi di loro è un arrivo
e per chi un ritorno. Che buffo che un luogo possa essere casa per alcuni e una
vacanza per altri. Magari mentre sorvolano c'è qualcuno che guarda fuori dal
finestrino, si domanderà cosa sono quei sei palazzoni tutti uguali, non ci
crederesti amico che viviamo in 600 studenti qua dentro ah? si, ce la si fa
perchè le stanze sono un po' più grandi di un loculo. Forse qualcuno pensa a
cosa stia facendo io. Dentro un buco a guardare il cielo oltre la finestra, ad
immaginare la vita, come scorre per gli altri, se se la sono caricata addosso
come un peso o la vestono e ne fanno il loro miglior outfit di sempre.
Strana la vita, chi viene, chi va.
A me sembra di esserci stata sempre, mentre tutti attorno
volano via. E poi tornano e poi vanno. A volte scompaiono, e la maggior parte è
un bene. Delle volte fa male. Delle volte vorresti partire anche tu, che
restare è sempre restare, sa di noia. Eh, ma anche per partire ci vuole
coraggio.
Chissà se sull'aereo di oggi qualcuno è partito con
coraggio, chessò per il lavoro dei sogni, l'opportunità della vita, l'anima
gemella...un ideale!
Ma esistono ancora i coraggiosi? Bah...inutile tentare di
darli per dispersi giustificandone con l'assenza la mancanza quando ti guardo allo specchio.
Esistono si.
Fattene una ragione, a non esserlo.
Che poi chi ha deciso cosa. Nel senso, dove finisce il
coraggio ed inizia l'opportunismo? Qual è il confine tra giusto e sbagliato?
Chi può dire bene o male?
Sai che se disegni un 9 per terra, per chi lo guarderà dalla
testa sarà sempre un 6. Me lo disse una volta il mio anziano Prof d'Inglese, mi
pare stessi contestando la colazione inglese, in favore ovviamente, di brioche
e cappuccino.
Ma si. Infondo siamo qua ed è questo che conta.
Minchiate.
Io pretendo il meglio. Io di tutto questo respirare, pompare
sangue, fare scorie, non me ne faccio niente. Ma niente proprio.
Per cosa vivete voi?
Cosa è che la mattina quando aprite gli
occhi non vi fa richiuderli e mandare tutto affanculo, per chi vivete, per
quale grande amore o ideale?
Come fate a sorridere?
Ma non ci pensate mai agli
animali torturati da tutte le parti del globo, in tutti i campi d'applicazione
dello sfruttamento?
Non ci pensate mai ai barboni bruciati da ragazzini
annoiati, ed ai cittadini tenuti a catena stretta dalle mafie?
Non vi fa
incazzare pensare che poteste aver faticato una vita e poi beccarvi una
malattia terminale? Non vorreste avere la forza di cambiare il mondo e sapere
che essendo alti un metro e uno sputo e contando molto meno di niente, non
farete mai un cazzo in questa cazzo di vita?
Come sopportate che niente è andato come avreste voluto,
come sarebbe dovuto essere?
Io non voglio mettere al mondo nessuno per fargli vivere
'sto strazio! Siete dei sadici se vi siete o avete intenzione di riprodurvi!
Abbiate pietà, risparmiate ai vostri figli questa giostra perversa!
Festa della mamma, un corno. Se la mia avesse evitato, io a quest
ora non starei così.
Anzi, meglio. Non sarei proprio.
E non comprate
azalee o mele o pere o quel che è, finanziereste solo una falsa scienza
che sfrutta la vivisezione per offuscare i fallimenti e ricevere fondi
in modo da mandare avanti questa pantomima della ricerca.
Ricordate: non vinceremo le malattie guarendo i topi fatti ammalare artificialmente.
"FARLI AMMALARE NON CI FARA' GUARIRE!"
Isotta.
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martedì 8 maggio 2012
Mi perdonerete...spero!
"Non facevi altro che sorridere. Avevi un sorriso per chiunque, eri una bambina felice Isotta. Io non so cosa ti sia successo."
![]() |
| Ne sei proprio sicura ma' ? |
Questo diceva mia madre e il fuoco scoppiettava alle sue spalle. Il rossore prodotto dalle fiamme illuminava la nostra grande cucina, e i nostri volti, accentuandone le ombre, risaltandone le sporgenze, smascherando i pensieri.
"Cosa ti è successo, cosa ti abbiamo fatto?" lei continua a protrarsi verso di me, ma io sono di ghiaccio, nonostante il fuoco. Non gocciolo. Fisso le fiamme, sono così impalpabili, sinuose e vive, non a caso si dice avere il fuoco dentro per chi riesce ad affrontare la vita come un leone. Bruciano di energia, sono energia, ne sono talmente piene che ce ne regalano in abbondanza sotto forma di calore. Forse per amare bisogna essere delle fiammelle, così pieni di vita, da poterne donare. Non fa per me.
Sentivo i suoi occhi scrutare la mia espressione impassibile, i suoi pieni di rammarico ed impotenza perdersi nei miei vuoti e mortali. Pensai che ero talmente immobile che avrebbero potuto chiamarmi per interpretare un cadavere in quei telefilm polizieschi, oddio riuscivo a respirare così lentamente!
Finalmente si arrende, varca la porta della cucina, la vestaglia sembra appesa ad una gruccia,le sue spalle spariscono in quella posizione arrendevole, assomiglia ad un fantasma. Ho avuto la tentazione di farle un applauso, ho evitato.
Mi risultò difficile credere a quella messinscena, io conosco relamente mia madre e quella donna impotente e rassegnata non aveva niente a che fare con lei.
Cosa mi è successo. Dove sono finiti i sorrisi. Vorrei potertelo dire, e prima ancora vorrei poterlo dire a me stessa. Vorrei prendere corda e moschettoni e scendere nelle gole più profonde della mia anima, vorrei portare il libretto di istruzioni e aggiustare qualcosa che si è rotto, risalire in superfice e trovare chi vorreste voi, perchè allora, risanata ed aggiustata non sarei più io. Io, non sono che un ingranaggio difettoso.
Sono il cancro che vive dell'ospite, il virus che ammorba chi non è vaccinato.
E' bene che tutti mi stiano lontano. Il più possibile.
Non sono fatta per vivere io!
Vi chiedo di scusarmi, ma è un periodo così nero, che brancolo più delle altre volte e fatico a trovare il salvagente. Vi chiedo di scusarmi se i vostri commenti non ricevono risposta o i vostri post mie commenti. Li leggo, ma quando provo a scrivere viene fuori solo il rigurgito del male che ho dentro. Evito di infestarvi gli splendidi, solari e gioiosi blog che tenete con tanto lerciume. Spero che possiate avere pazienza, ed essere ancora qui quando (si spera) tornerà il sereno, nella mia vita.
Vi seguo sempre.
Isotta
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sabato 24 marzo 2012
Quando finisce un Amore...
Sento bussare alla porta e come al solito, senza pensarci troppo su, invito ad entrare. F. entra e io lo noto subito quell'angolo della bocca che punta verso il basso. Mi chiede come sto e se posso prestarle la tessera della mensa, sa che io non ci vado, e quindi le rispondo immediatamente di si. Ha i capelli perfettamente lisci ed è truccata, sono abituata a vederla col mollettone e le tute, che dopo che ci fai un po' d'abitudine il corridoio e le altre stanze, diventano un'appendice della tua, e se nella tua hai il pigiama, non vedo il motivo per cui farsi dei problemi.
Adesso sono io a chiederle come sta. Si guarda le scarpe e mi confida "Sono andata a trovare A. , oggi." Si siede accanto a me e fissiamo la tivù muta per qualche istante.
Quando ci siamo conosciute era il mio secondo anno di università, per lei il primo dei due della specialistica in EconomiaQualcosa, non lo ricordo mai, saranno cose talmente complesse che rifiuto di ricordarne persino il nome. Lei viene dalla Puglia, anzi dal Salento, che per loro è una bella differenza, quando parla della sua terra lo fa con l'orgoglio di chi è stata spinta da cause di forza maggiore a lasciarla. Quell' A. Appunto.
Insieme da sette anni, praticamente, una vita, poi lui trova lavoro come impiegato delle poste in un paesino del Nord. Va via, ma con la promessa che lei le aveva fatto, di raggiungerlo e finire gli studi vicino a lui, infatti così è stato. Infatti lei è diventata una studentessa dell'Università di Pavia, che nei weekend cucinava per lui, accantonava lo studio e si godeva lo stare assieme su una moto, col cuore lì, ma la mente a quell'esame che non avrebbe potuto dare con una preparazione del genere.
A. dal canto suo non capiva, pensava forse che lei non volesse passare il tempo con lui? Credeva che preferisse il libro ai suoi baci? Non lo so, ma era diventato irascibile, e ogni tanto, dai muri spessi come velina che abbiamo, li sentivamo litigare. Io riesco anche a capirlo, infondo. Un lavoro stabile, 27 anni, la voglia di vivere con lei una quotidianità più intima, in una casa loro, i viaggetti fuoriporta, di quelli che non ti lasciano il tempo di capire, in bilico tra la sensazione di esserci stato, in quel posto, e il fatto che sia stato solo un sogno. Voleva viverla la storia lui. E di certo anche lei, ma non poteva permettersi un'affito, non voleva farsi mantenere da lui, e non chiedeva ulteriori sacrifici ai suoi per il volo e l'hotel. Lei chiedeva tempo, ecco quello si.
Quando ti lasci con una persona dopo sette anni, non è più una rottura, è un divorzio. La goccia che ha fatto traboccare il vaso non abbiamo mai saputo quale sia stata, ma lei si è chiusa nella stanza, non accettava i mazzi di fiori, rifiutava le chiamate, distruggeva i ponti che lui cercava di costruire. E l'altra sera, sul mio divano, mi ha confessato di essersene pentita. Che dopo sette anni e quell'incomprensioni credeva di non amarlo più, credeva che lui non l'amasse come avrebbe meritato. E invece non era vero niente. C'erano i problemi, ma quelli chi non li ha! C'erano le differenze di carattere, senza dubbio, ma c'era la cosa fondamentale e lei invece non la vedeva più. Era troppo occupata a pensare all'esame che era andato male, a sentirsi in colpa per i soldi che mamma e papà le mandano da caso, ancora a 26 anni, era offuscata da questo e non vedeva più lui, piuttosto un peso, la causa della lontananza dalla sua terra, dei giorni in moto per accontentarlo invece di stare china sui libri, dei sacrifici, la fonte della frustrazione.
Eppure sembrava convinta. Mi è sembrata convinta ed incredibilmente matura anche quando ci ha detto " A. si sposa. A Giugno." dopo soli due mesi che si erano lasciati. Io a sapere una cosa del genere mi andrebbero in pappa gli ultimi due neuroni che mi separano dalla pazzia clinicamente comprovata. Io avrei gridato. E pianto. E urlato. E sarei andata a dirgli che non si fa, che non ci si sposa un chiodo. Che se fino a due mesi fa piangevi alla mia porta, implorandomi di tornare assieme, adesso non puoi sposare un fottutissimo chiodo arruginito! Che quella regola vale per chi è stato assieme due mesi e si butta nella mischia alla ricerca di qualcuno con cui accusare il colpo, passare il tempo, togliere il ricordo, non chi si è lasciato dopo sette anni!
E niente, dice che è andata dirglielo, tutto quello che da quando ha saputo si è tenuta in fondo allo stomaco, che ha cercato di digerire e invece è lievitato. Talmente tanto da toglierle la forza di vivere, da spegnerle lo sguardo. Glielo ha detto che non le stava bene, che stava facendo uno sbaglio, e soprattutto che non l'ha dimenticato e lo ama ancora. Più di prima.
Adesso io me lo immagino A. , con gli intestini aggrovigliati e la consapevolezza che si è buttato in qualcosa di più grande di lui, che non ci si sposa con una dopo due mesi per cercare di riprodurre la vita che hai sognato e ti sei impegnato a costruire, con un'altra donna per sette fottutissimi anni, con la tua donna, con quella di cui conosci a memoria ogni piega della pelle, con quella con cui hai condiviso i momenti fondamentali della crescita, con quella che è stata tutto, per tantissimo tempo. Con quella con cui so, che se adesso potessi, torneresti insieme all'istante. E sai cosa mi fa capire questo, una semplice frase "perchè non sei venuta prima?". Una frase e il rammarico, gli sbagli, l'impotenza, l'Amore, quello vero, quello finto, i rimorsi e le notti insonni. Soprattutto le notti insonni che ti capiterà di affrontare prima a poi, con gli occhi sbarrati nel buio, affianco ad una donna che non sarà mai quella che realmente volevi avere sdraiata vicino, a chiederti perchè, perchè hai fatto il passo più lungo della gamba?
Lei ha sbagliato, quando lo ha lasciato senza possibilità, in maniera categorica, brusca, chiudendosi la porta alle spalle. Quando si è sentita morire perchè lui era di un'altra e non gli ha detto la verità finchè era in tempo. Quando ha scambiato le incomprensioni con la mancanza d'Amore.
Ma tu. Tu hai sbagliato a mollare. Hai sbagliato a credere che potesse realmente finire, a credere che era vero che non ti amava più, a non dare fiducia a quell'amore lungo sette anni. Hai sbagliato a rifugiarti in una certezza senza sentimento, in una casa nuova e una proposta di matrimonio flash, senza logica, senza sentimento, senza nulla. Forse per ripicca, forse per paura di restare solo, forse per far passare quel dolore.
Ma non era il modo giusto. Ed ora soffriranno entrambi.
E mi dispiace immensamente, per entrambi.
Non riesco a concepire parole che possano alleviarle, anche in minima parte, questa sofferenza. Non sono abbastanza per riuscire a farlo.
Spero davvero che ci riesca la vita, a sistemare le cose, che in fondo, ancora, ci spero anche per me.
Isotta.
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lunedì 12 marzo 2012
Voglia di Poesia...
Ogni tanto mi sveglio come assetata, con un bisogno o una mancanza tra le dita. Ormai ho imparato a riconoscerla, ed è semplicemente sete di grandi pensieri, di far scorrere sotto gli occhi le opere d'arte, le parole che sgorgano dal cuore di gente straordinaria.
Perchè i poeti, quelli veri, stanno ad un altro livello. Talmente diverso, che spesso vengono creduti pazzi, quando sono solamente in grado di vedere e descrivere le vibrazioni dell'anima.
Lei è Lei e non ha bisogno di presentazione. Una tra le mie preferite, anzi La mia preferita. Colei che canta la solitudine ed il rimpianto con la semplicità che solo chi ha sofferto tanto per amore può governare.
Dove trova queste parole?
Guardate i suoi occhi e ditemi se non c'è scritto già tutto quanto...
Buon inizio settimana.
Quelle come me ...
Perchè i poeti, quelli veri, stanno ad un altro livello. Talmente diverso, che spesso vengono creduti pazzi, quando sono solamente in grado di vedere e descrivere le vibrazioni dell'anima.
Lei è Lei e non ha bisogno di presentazione. Una tra le mie preferite, anzi La mia preferita. Colei che canta la solitudine ed il rimpianto con la semplicità che solo chi ha sofferto tanto per amore può governare.
Dove trova queste parole?
Guardate i suoi occhi e ditemi se non c'è scritto già tutto quanto...
Buon inizio settimana.
Quelle come me ...
Quelle come me regalano sogni,
anche a costo di rimanerne prive…
Quelle come me donano l’Anima,
perché un’anima da sola è come
una goccia d’acqua nel deserto…
Quelle come me tendono la mano
ed aiutano a rialzarsi, pur correndo il rischio
di cadere a loro volta…
Quelle come me guardano avanti,
anche se il cuore rimane sempre qualche passo indietro…
Quelle come me cercano un senso all’esistere e,
quando lo trovano, tentano d’insegnarlo
a chi sta solo sopravvivendo…
Quelle come me quando amano, amano per sempre…
e quando smettono d’amare è solo perché
piccoli frammenti di essere giacciono
inermi nelle mani della vita…
Quelle come me inseguono un sogno…
quello di essere amate per ciò che sono
e non per ciò che si vorrebbe fossero…
Quelle come me girano il mondo
alla ricerca di quei valori che, ormai,
sono caduti nel dimenticatoio dell’anima…
Quelle come me vorrebbero cambiare,
ma il farlo comporterebbe nascere di nuovo…
Quelle come me urlano in silenzio,
perché la loro voce non si confonda con le lacrime…
Quelle come me sono quelle cui tu riesci
sempre a spezzare il cuore,
perché sai che ti lasceranno andare,
senza chiederti nulla…
Quelle come me amano troppo, pur sapendo che,
in cambio, non riceveranno altro che briciole…
Quelle come me si cibano di quel poco e su di esso,
purtroppo, fondano la loro esistenza…
Quelle come me passano innosservate,
ma sono le uniche che ti ameranno davvero…
Quelle come me sono quelle che,
nell’autunno della tua vita,
rimpiangerai per tutto ciò che avrebbero potuto darti
e che tu non hai voluto…
anche a costo di rimanerne prive…
Quelle come me donano l’Anima,
perché un’anima da sola è come
una goccia d’acqua nel deserto…
Quelle come me tendono la mano
ed aiutano a rialzarsi, pur correndo il rischio
di cadere a loro volta…
Quelle come me guardano avanti,
anche se il cuore rimane sempre qualche passo indietro…
Quelle come me cercano un senso all’esistere e,
quando lo trovano, tentano d’insegnarlo
a chi sta solo sopravvivendo…
Quelle come me quando amano, amano per sempre…
e quando smettono d’amare è solo perché
piccoli frammenti di essere giacciono
inermi nelle mani della vita…
Quelle come me inseguono un sogno…
quello di essere amate per ciò che sono
e non per ciò che si vorrebbe fossero…
Quelle come me girano il mondo
alla ricerca di quei valori che, ormai,
sono caduti nel dimenticatoio dell’anima…
Quelle come me vorrebbero cambiare,
ma il farlo comporterebbe nascere di nuovo…
Quelle come me urlano in silenzio,
perché la loro voce non si confonda con le lacrime…
Quelle come me sono quelle cui tu riesci
sempre a spezzare il cuore,
perché sai che ti lasceranno andare,
senza chiederti nulla…
Quelle come me amano troppo, pur sapendo che,
in cambio, non riceveranno altro che briciole…
Quelle come me si cibano di quel poco e su di esso,
purtroppo, fondano la loro esistenza…
Quelle come me passano innosservate,
ma sono le uniche che ti ameranno davvero…
Quelle come me sono quelle che,
nell’autunno della tua vita,
rimpiangerai per tutto ciò che avrebbero potuto darti
e che tu non hai voluto…
ALDA MERINI
giovedì 16 febbraio 2012
Sfigati si nasce. Ed io, modestamente, lo nacqui!
Certe volte dici: "Peggio di così non può andare!"
Ed è lì che ti sbagli.
Quel momento in cui pensi che sei esattamente nel punto più basso nel quale potresti o meriteresti di trovarti, allora crolla il pavimento.
Con la perversa consolazione di essere al sicuro, che il peggio ti è capitato eppure ancora respiri, quasi gioisci di averla fatta franca. Poi leggi l'e-mail. Dell'università.
E una simpatica professoressa ti mette a conoscenza del fatto che, le dispiace, ma il 26 con cui hai superato il sue esame del 2010 deve essere stato un errore, perchè il compito risulta INSUFFICIENTE. No, non da 26 a 24, da 26 a 22, da 26 a 18, no sarebbe stato fin troppo scontato per la mia sfiga cronica.
Devo rifare un'esame che credevo di avere superato con un voto decente. Un anno e mezzo fa.
Non so davvero cosa dire.
Sono qui vicino al telefono, che magari chiama il medico e mi fa sapere che ho una malattia terminale, sia mai che me lo perdo!
Ma no, non succede, sarebbe una bella notizia levarsi dalle palle, ed a me le cose belle non succedono. A mi spiace ma questa è SFIGA c'è poco da fare, non si tratta di essere propensi al melodramma!
Sono stufa, davvero stufa.
Io 'sta vita la subisco. E sono stanca.
Ho bisogno di qualcosa per potermi rialzare, mazzate su mazzate invece non fanno altro che segarmi l'anima.
Sono stanca.
Dico davvero.Isotta
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